Cronica dell’immondo emerso | Nazareno Loise

Raggiunsi il bagno arrancando fra il pattume che lastricava il pavimento. Con acribia m’infilai le dita in gola fino a toccare l’intimo della mia mortificazione. I cibi fagocitati poco prima sgorgarono nella tazza ancora interi, ricoperti da una viscosità di sangue e succhi gastrici. Snervata, ma pervasa di un senso d’appagamento, tornai a distendermi sul letto.
Da mesi inanellavo così le mie giornate, vivendo parossisticamente l’anelito di essere accettata, e persa a rincorrere inutilmente la mia soddisfazione.
In ufficio non andavo più da settimane e nessuno, familiari e conoscenti, s’era preoccupato della mia irreperibilità. Non avevo contatti con altre persone all’infuori del commesso della rosticceria che bussava al mio appartamento con cadenza rituale. Continua a leggere