6 aprile 1909

6 aprile 1909

Cara Josephin,
come vorrei tu fossi qui con me. 

Le misure sono state difficoltose ma ne sono sicuro, finalmente, al mio terzo tentativo, posso dire di aver raggiunto la meta. Eppure la sfortuna mi stava tendendo l'ennesimo agguato. Ieri per poco non finivo con la slitta in un crepaccio. È mancato un soffio. Sono stati i cani a intuire il pericolo, a scartare di lato anche se era impossibile vedere le fenditura. Se non fosse stato per loro sarebbe finito tutto. Conoscono solo la slitta, la corsa, il cibo e il riposo, non esiste altro. Sono bestie, li batto quando serve, eppure un istante dopo mi leccano i guanti. Hanno già dimenticato tutto. Spirare fra un minuto o fra un secolo per loro non farebbe alcuna differenza.
Eppure, in qualche modo, hanno qualcosa che io non possiedo. Li lego alla slitta, si muovono seguendo la mia frusta e i miei richiami tuttavia, a dispetto dei lacci di cuoio, sono liberi. E io, invece? Devo andare, sento la necessità di proseguire. Non loro, io ho le pastoie. Quindi procedo, senza sosta, in questa sconfinata landa di ghiacci, sospinto da ambizioni e timori. Sino allo stremo.

Fuori infuria una tempesta. Non so come stiano i cani né coloro i quali sono giunti sino a qui con me, né posso dire se avrò la forza di alzarmi dal giaciglio in cui mi sono rannicchiato.
Dove nessun uomo bianco è mai giunto cosa sento? Sento solo freddo. E l'urlo assordante del vento.
Ne è valsa la pena? Come Levin che ascoltava tossire attraverso il tramezzo suo fratello e, avvertita vicina la morte, ogni affanno gli appariva vano, qualsiasi intendimento ora, nella mia mente, vacilla.
Queste lande saranno ancora qui quando io non ci sarò più. Le mie orme nella neve, di poche ore fa, sono già cancellate.

Vorrei essere altrove. I sei mesi a Inglefield in cui ti prendesti cura delle mie ossa rotte furono i più sereni di tutta la vita. Mi capita sempre più spesso di ricordare come, nonostante il clima, i patimenti, il mio tormentoso umore e l'afrore degli inuit che dicevi di non poter sopportare, tutto comunque sembrasse più lieve.
Mia diletta, sono ormai oltre ogni umano sfinimento e non c'è più un'oncia di forza nella mie membra.
Proprio adesso, in cui dovrei gioire per i risultati ottenuti, in realtà penso che questo tempo sarebbe stato meglio speso al tuo fianco, con il piccolo Robert e Marie.
Ben misero marito sono stato, sempre distante. 
Per non parlare delle mie infedeltà, so che tu sai capire le debolezze di un uomo lontano dal talamo nuziale ma so anche che ti arrecano dolore. Per questo, chiedo il tuo perdono.

Ti supplico anche di pregare per me. Le anime di Qisuk e dei suoi compagni mi pesano sulla coscienza. Non li si poteva considerare neanche uomini, solo dei selvaggi, ho sempre sostenuto. Tuttavia i loro volti mi tornano in sogno ogni notte. Ho fatto quanto necessario per compiacere il museo, per far progredire le scienze antropologiche, così ho detto, a te, agli altri. La verità è che ho tratto profitto persino dalle loro spoglie mortali. E poi il povero Minik ha visto le ossa di suo padre nella teca. Mi hanno scritto che non faceva altro che urlare, i suoi occhi non potevano credere di averlo ancora davanti, quegli stessi occhi che avevano assistito all'inumazione. Sotto le pietre di quel tumulo sbrigativo c'era un tronco avvolto di stracci, abbiamo tradito un'anima pura che non conosceva la menzogna solo per poter esporre un altro scheletro. Tu che sei così vicina all'Altissimo, ricordami nelle tue preghiere. Ho l'impressione che queste strida provengano dagli spiriti dei dannati. Che siano qui fuori, tutti intorno, per reclamarmi e condurmi fra i più empi, nell'eterno supplizio. Ho terrore della morte. Ogni cosa sta crollando, sento le Trombe di Gerico.

Tuo,
Robert.

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