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Ablehnung | Francesco Principe

G uardo dalla finestra. Che panorama desolante. Nebbia. Solo nebbia. Il rumore della risacca e odore di salsedine. Una monaca si avvicina alla porta e mi fa cenno di seguirla. Rimane ferma. Nel silenzio. Non vedo i suoi occhi ma sento uno sguardo freddo, scuro e storto passare oltre me e fermarsi su qualcosa alle mie spalle. Nulla del suo corpo è in vista. Il Suo viso è velato, anche le sue mani sono coperte da guanti.

Con un passo lento e metodico mi conduce in una stanza che abbandona subito.

 – Buongiorno. Sarà un po’ disorientato. È qui da ieri notte, quando è arrivato non era cosciente. Starà qui per un po’ di tempo. Le spiegherò la situazione con la massima semplicità: lei ha subito un grave incidente. Tutti i tentativi di restituirle ciò che ha perso si sono dimostrati vani. Questo è l’unico posto in cui può essere ancora trovata una soluzione alla sua situazione. Cominciamo dal principio. Cosa ricorda dell’incidente?

– Che incidente? Non ricordo nulla, proprio nulla. Che posto è questo? Cosa mi è successo?

– Procediamo con ordine, andiamo per gradi, la sua è una situazione delicata… comincerò con insegnarle alcune pratiche di rilassamento.-

Tutti i giorni sono uguali. Fuori dalla finestra si vede solo nebbia. E il mare. Un mare che ti separa da ogni cosa.

Non incontro nessuno a parte lui. La monaca è una presenza intangibile. Non parla. Deve aver fatto il voto del silenzio ma il viso? Perché non può far vedere il viso?

Eccola. È il momento dell’incontro quotidiano.

– Si sieda. Gradisce un po’ d’acqua, un frutto?

– No, grazie. Posso fumare?

– Non che lo vieti ma lei è qui per affrontare una patologia non per ammalarsi di qualcos’altro quindi le chiederei di non tirar fuori sigarette, almeno non in mia presenza. Una mela spiluccata con lentezza può essere egualmente rilassante.

– Se riesce a farmi capire come tirar fumo da una mela sono disposto a provare… altrimenti ne farò a meno.

– Capisco. Com’è andata la nottata?

– Al solito

– Ha sentito le voci?

– Si, continuano a chiamarmi.

– Ha fatto i suoi esercizi di rilassamento?

– No. Quando mi metto gambe all’aria finisco per sentir male alla testa. Succede lo stesso se controllo il respiro. Non può imbottirmi di farmaci e rispedirmi a casa come farebbe qualsiasi medico?

– Non è il mio metodo e non le gioverebbe. Comunque qui non abbiamo psicofarmaci. Meditazione, tranquillità e auto-consapevolezza sono tutto quello che le occorre per uscire dal guscio in cui lei si è chiuso.

– E le voci?

– Pensa ancora che qualcuno stia tentando di comunicare con lei?

– Si. Mi pare di riconoscerle anche se non comprendo le loro parole.

– Cosa le fa credere di riconoscerle se dice di non ricordare nulla prima dell’incidente?

– Non saprei dire chi fossi un mese fa o un anno fa, vero, ma queste voci mi sembrano familiari.

– Capisco. Mi permetta di insistere sulla necessità di effettuare i suoi esercizi di rilassamento, stasera la suora le porterà una tisana che dovrà sorbire interamente prima di coricarsi. Passiamo ad altro. Conosce Platone?

– Il Filosofo?

– Proprio lui. Cosa sa di Platone?

– Che è un filosofo e basta. Del resto non ricordo quasi nulla in generale. A volte mi stupisco di ricordare ancora come si fa a parlare, camminare, mangiare…

– La aiuto io. Volevo parlarle dell’allegoria della caverna. Bene. Semplifico un poco perché a noi interessa solo come esempio.

Ci sono degli uomini in una caverna incatenati dalla nascita, oppure come lei, che ora sono incatenati ma non ricordano la loro vita fuori dalla caverna, va bene lo stesso. Quindi non conoscono nulla del mondo esterno. Possono osservare solo una parete di fronte a loro e le ombre che su di essa vengono proiettate dall’esterno. Bene, cosa conoscono del mondo?

– Niente.

– No. Non proprio niente, le ombre le conoscono.

– Non capisco dove voglia andare a parare.

– Mettiamola così, intorno a lei in questo momento c’è il vuoto e lei, per riempirlo, lo sta popolando di voci e ombre. Cosa siano queste proiezioni non ha molta importanza. Echi del passato? Ricordi? Fantasie? Una manifestazione percettivamente limitata di una realtà più grande? Non cambia molto. Se si concentra sulle voci identificandole con la realtà non potrà accettare il vuoto, affrontarlo e uscirne. Lei deve abbondare le illusioni e andare oltre di esse.-

 Sono nella stanza. Ho contato quattordici giorni, tutti uguali.

Fuori dalla finestra non si vede niente. Mai niente. Solo nebbia.

Che posto insulso. Mi ha detto che sono qui per uscire da questa situazione. Che questo è l’unico luogo in cui posso affrontare ciò che mi è successo, che da qui me ne andrò solo quando sarò in grado di affrontare quello che mi è accaduto. A me sembrano tutte stronzate newage. Faccio un sacco di domande e non risponde. Sorride e non risponde. Si limita a dire che devo ricordare da solo. Trovare le mie risposte.

 Ecco le voci.

Tornano a chiamarmi. Cosa vogliono da me?

 Basta. Vorrei solo un po’ di silenzio per poter dormire.

Sono così stanco. E poi non mi dice niente. Non mi spiega niente. Dice solo “capirà quando sarà il momento” ma cosa devo capire?

Ecco la monaca. Questo cazzo di posto lo detesto. Non ne posso più.

– Salve, si sieda.

– Gradisce qualcosa?

– Nulla che possa trovare qui.

– La vedo nervoso. Anche stanotte non ha riposato?

– Non ricordo l’ultima volta che ho dormito. Sento sempre le voci. Mi chiamano tutta la notte.

– Capisco. Ha fatto gli esercizi di rilassamento?

– Con me non servono. Nulla di quello che faccio qui serve a qualcosa. Voglio solo andar via. Sono veramente stanco. Non comprendo questo posto. Non comprendo lei. La monaca mi fa paura. La totale mancanza di risposte mi irrita. Chiedo di essere dimesso da questo ospedale. Trasferitemi da un’altra parte. Le vostre cure non hanno alcun effetto.

– Le nostre cure non hanno effetto perché lei non collabora.

– Adesso basta. Lei, come medico, non può trattenermi.

– Nessun trasferimento. Deve collaborare. Non ha altra scelta.

– Ma che razza di medico è lei?

– Non ho mai detto di essere un medico.

– Questo scherzo è durato pure troppo.-

Mi alzo ed esco dalla porta. Davanti a me c’è la monaca. Non si sposta. Con uno spintone la faccio rotolare a terra. La mia stanza è sul piano, la supero correndo. Raggiungo le scale e comincio a scendere.

Continuo a scendere correndo per un tempo che sembra lunghissimo. Non conto i piani. Mi accascio per lo sforzo. Altre scale verso il basso. Ma quanto è alto questo posto? Non ho più fiato. Il cuore mi sta saltando fuori dal petto. Mi siedo sul pianerottolo con le mani sul viso.

Ecco di nuovo le voci. Mi chiamano. Sono più forti, assordanti.

Mi si serrano i pugni. Sto tremando.

Arriva lui.

-Continua a non collaborare. Lei sta popolando la sua mente di ombre. Deve accettare questo fatto e rinunciare ad esse. Le cancelli. Le elimini ora. Desideri di cancellarle.-

Apro gli occhi e lo osservo lanciandogli contro tutto il mio odio.

Urlo.

-Io voglio solo che LEI scompaia!-

Chiudo gli occhi.

Quando li riapro lui non c’è più.

Lui non c’è più.

Le voci. Sono fortissime. Basta…

-Lasciatemi in pace! Non mi interessa chi o cosa siate… sparite dalla mia testa! Voglio andar via di qui!-

Le voci… non… ci… sono… più…

Ecco il silenzio.

 I muri diventano traslucidi.

La luce. Il vuoto.

«Ora del decesso?»

«18:15. Dopo quindici giorni di coma.»

«Allontanate i familiari per favore… ora basta. Ditegli che ormai non può più sentirli…»

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