Al Disgelo

Al Disgelo

La mummia dell’uomo del Similaun rinvenuta sulle Alpi italiane il 19 settembre 1991. Fonte: Wikipedia.

Lassù, nella baita, Ugo intagliava. Ugo era storto come i pezzi di legno da cui toglieva l’eccesso per arrivare all’idea. Si era fatto bianco di vecchiaia. Era stanco.

Le sue maschere e gli elfi, gnomi, nani che sottraeva al legno morto oltre a ciò che il bosco spontaneamente offriva erano il necessario, altro non serviva.

Un paio di volte al mese dal paese viene Eduardo. Mette la mia lista in tasca. Lascia ciò che ho chiesto l’ultima volta.

Ogni tanto dei soldi. Poi, con calma, sceglie alcune sculture per venderle nel negozio. Quando va via saluta con una

mano e dice giusto – Uh -.

L’altro risponde – Uh -.

Eduardo aveva provato a fare conversazione. Fiato sprecato. Ugo non parlava e spesso, se gli parlavi, non rispondeva neanche con un gesto. La sua grafia minuta e asciutta, come i segni lasciati da un insetto sulla sabbia, erano l’unica forma di comunicazione concessa fra il pianeta terra e il suo universo. Strano come era strano ciò che usciva dal suo scalpello. Ma anche i turisti erano strani, di una stranezza diversa, fatta di noia e di un’esistenza quasi ogni giorno uguale a se stessa. Stranezza e stranezza si attraggono come calamite, quindi quelle sculture si vendevano facilmente e qualcuno le pagava pure bene.

La cosa andò avanti per decenni. Anche Eduardo si era fatto vecchio e stanco. Anno dopo anno la salita gli pesava sempre di più ma continuava a farla.

A Ugo voleva bene. Continuò e continuò, anche quando proprio non ne poteva più. Poi morì.

All’inizio non capisco. Capisco alla prima neve. Non mi aveva mai lasciato solo nella brutta stagione. Prima della

gelata portava coi muli molte provviste, le buttava sul tavolaccio accanto alla porta e le lasciava lì. Senza dire niente.

Al massimo faceva – Uh – indicandole e io rispondevo -Uh -.

Adesso il tavolaccio è coperto di neve. Bianco e vuoto. Non arriverà nessuno. Non arriverà mai più nessuno. Sono solo. Stanco e solo.

“È finita”.

Non scendeva i monti da venti anni. andare a valle con la neve così alta ormai era troppo per lui.
Se sei stanco e vecchio e solo ti vengono delle idee. L’idea di farla finita può essere consolante, calda come una coperta quando fuori il freddo taglia la faccia.

“Finisco quest’ultima scultura e mi butto nel dirupo”. Sorriso amaro. “Mi troveranno a primavera spolpato dai lupi

oppure, se ai lupi faccio schifo, qualcuno quando la neve si scioglie inciamperà su un vecchio rigido come uno dei

miei gnomi”. “E chi passa nel dirupo? Non mi troverà nessuno, solo i vermi della terra”. “Beh, se non altro, non

morirò di fame, deve esser brutto morir di fame”.

Le sue mani ormai erano lente. La scultura a cui lavorava, adagiata sul carrellino, era alta quanto lui. Ci voleva tempo per finirla. Ritraeva una driade con i capelli al vento. Scalpello, emozioni e l’intera anima riversavano su di essa tutto ciò che ricordava dell’amore, della tenerezza e del calore.

Cose che aveva conosciuto prima di costringere la  sua vita sul cammino dell’eremita. Ora, nel crepuscolo dell’esistenza, si affacciavano all’uscio della memoria con un vigore lacerante.

Di tanto in tanto andava al bordo del dirupo e guardava giù. Poi tornava a casa, apriva una scatoletta, la scaldava nel camino e mangiava.

Tre scatolette ancora. Non gli importava. La scultura era quasi ultimata.

“Ti porto fuori all’aria per respirare. Vedrai. Tutto quel bianco, il silenzio e il volo degli uccelli. Devo salutare questo

posto. La mia casa. Mi farai compagnia mentre lo faccio”.

Lui e la scultura attesero lì la notte. Ugo si fece vincere dalla stanchezza. Cedere al torpore non è una buona idea al freddo. Quando si svegliò, per i brividi, sentì tutta l’opprimente debolezza delle sue membra. La baita distava solo pochi metri ma non sarebbe mai riuscito a raggiungerla senza aiuto. Il cielo stellato occhieggiava, quella sera, osservando in tutta la sua rilucente bellezza l’incessante spettacolo delle vicende umane. Si concentrò su una stella in particolare. Abbacinante e rossa come una goccia di sangue.

“Dio, Buddha, Kṛṣṇa, Viṣṇu o chiunque mi ascolta.” “Lasciami restare ancora qui, quanto basta per finirla, voglio

che qualcosa di me sopravviva”. Di nuovo buio.

Quando si svegliò era nel letto, coperto, un fuoco vivace ardeva nel camino. Qualcuno, che non poteva vedere, armeggiava rumorosamente con le pentole.

Da principio Ugo ebbe paura.

– Chi sei? – Disse. Non usava parole da anni. Sembrava la voce di un altro.

L’intruso si avvicinò. Ugo era sempre stato nella valle e lì si assomigliavano tutti. Uomini così diversi non ne aveva mai visti.

-Chi sei?- ripeté ancora. Il ragazzo non rispose ma lo aiutò a mettersi seduto porgendogli un piatto fumante. Fece cenno di mangiare. Il vecchio mangiò. Quella pasta calda, brodosa, cucinata in maniera approssimativa con dentro una scatoletta di carne sminuzzata lo scaldò e gli fece tornare un po’ di energie.

Il ragazzo era arrivato con uno zaino in spalla affrontando la neve.

Non parlava la sua lingua. Ugo riuscì a capire solo che fuggiva.

Su “guerra” si erano compresi subito. È una di quelle parole che ha lo stesso suono in molte lingue e in tutte produce la stessa raggelante sensazione.

Oltre ciò, Amal aveva detto solo il suo nome e giusto qualche altra parola incomprensibile.

– Da dove vieni? Come sei finito qui? La guerra è arrivata nella valle? –

Ugo decise che non aveva senso tentare di capire altro, per il momento, ma provava una gran voglia di parlare, di chiedere mille cose.

Crudele ironia infrangere un decennale silenzio con una persona che non ti può capire.

Amal aveva un po’ di carne secca nello zaino. Dopo l’ultima scatoletta di Ugo per qualche giorno tirarono avanti con quella.

Intanto avevano cominciato ad intendersi con qualche frase semplice e a gesti.

Oggi mi sono svegliato e non c’è traccia di Amal. Da nessuna parte. C’è la tormenta. Mi alzo dal letto. La prima volta

da giorni. Il ragazzo deve essere fuori, da qualche parte. “E se non torna?” Ho paura. Non per me solo.

L’attesa durò tutta la giornata.

Tre ore dopo la fine della tormenta, all’imbrunire, Ugo sentì qualcuno armeggiare alla porta.

Amal entrò con un quarto di Stambecco in equilibrio su una spalla e il vecchio fucile Beretta appeso all’altra.

Solo allora Ugo si rese conto che l’arma non era più sul camino.

Passarono i giorni. Intanto Ugo riprese le forze. Il vecchio scoprì che dopo tutto quel tempo gli dava piacere avere qualcuno intorno. Ricominciò a scolpire. Non voleva lavorare alla driade, su di lei avrebbe usato per l’ultima volta lo scalpello. Intagliò, invece, delle piccole ninfe. Avevano forme leggiadre e dolci, mai era riuscito, prima d’ora, a scolpire nulla di così delicato. Amal uscì tutti i giorni per cacciare, spesso portava qualcosa, alle volte tornava a mani vuote. Quando il tempo era troppo brutto rimaneva anche lui accanto al fuoco. Aveva preso gusto ad ascoltare i racconti del vecchio. Due mesi, i suoi progressi nell’apprendimento della lingua di Ugo erano prodigiosi. Anche se il Ragazzo dimostrava un’intelligenza pronta e sempre desta il vecchio non era  sicuro che comprendesse ogni parola di ciò che narrava ma questo non era importante per lui. Non parlava della guerra. Non poteva o non voleva parlare di tutto ciò che gli era capitato prima di varcare la soglia della baita. Quando il vecchio tentava di far cadere la conversazione sull’argomento Amal si chiudeva in un cupo mutismo.

-Quel mondo è lontano. Se non lo nominiamo forse si dimenticherà di me e io di lui.-

Voleva sentire solo di stambecchi e daini, di Ugo da giovane, del legno, degli alberi.

Però, di tanto in tanto, si sentiva l’artiglieria e si vedevano bagliori nella valle, specie di notte.

Amal non dormiva quasi più.

Anche questa notte lo sento piangere, s’è spezzato come un ramo troppo carico di neve.

Il giorno appresso Ugo trovò Amal fuori, il fucile puntato alla gola.

Il vecchio, con una forza di cui non si credeva capace, gli strappò l’arma e nascose tutte le cartucce. Amal rimase a piangere nella neve per ore.

Quando entrò Ugo mise nelle sue mani martello e scalpello.

– Usa il tuo dolore, fallo passare nel metallo e versalo nel legno. Con me, tanto tempo fa, ha funzionato.-

Amal scolpiva volti contorti, urlanti e orrendi. Piano piano riprese a dormire.

Un mese dopo bussarono alla porta. Amal era fuori a caccia.

– Ciao, Vecchio – disse il primo dei tre soldati che entrarono.

Presero posto a tavola. – Dacci del cibo. Combattiamo anche per te. –

Il vecchio portò in tavola lo stufato freddo che era rimasto nella pentola.

– Abbiamo respinto quei cani lontano dalla valle, nelle montagne, adesso li cerchiamo uno per uno per ammazzarli come meritano. Ne hai visto qualcuno? Hanno preso tutto quello che potevano e sono scappati via come conigli… ma li troveremo tutti.-

Ugo si morse la lingua. Niente domande. Doveva farli andar via il più presto possibile, prima che Amal tornasse.

-Uno è venuto giorni fa. Voleva cibo pure lui. Gli ho sparato con il fucile appena si è messo di spalle e l’ho buttato nel dirupo. L’ho caricato su uno dei miei carrelli e via. Mi dispiace solo di aver messo sul carrello anche il mio fucile perché avevo paura di trovarne altri fuori. Quando ero sul bordo del dirupo ho perso l’equilibrio. È andato giù tutto, lui, il fucile e il carrello. Era l’unico fucile che avevo.-

I soldati scoppiarono in una fragorosa risata.

-E bravo il nonnetto. A quanto pare te la cavi da solo. Aveva qualcosa di valore?-

-Ho trovato qui fuori il suo zaino proprio ieri, volevo buttare pure quello nel dirupo, non ho guardato dentro, non mi piace frugare nelle cose di un morto. Ve lo porto.-

Dei soldi Ugo non sapeva cosa farsene, accumulati negli anni in un cassetto che non ne poteva contenere più. La metà dello spazio era occupato da vecchie banconote fuori corso, ingiallite e spiegazzate. Lo zaino e la cassettiera erano defilati rispetto al tavolo e loro concentravano tutta l’attenzione sullo stufato.

Il vecchio, non visto, svuotò il contenuto del cassetto nello zaino, lo chiuse e trascinò vicino a loro.

-Eccolo, se ve lo portate mi fate un piacere. Così non dovrò più pensare a questa storia.-

Il soldato con i baffi slacciò lo zaino e ci buttò un occhio dentro, cambiò espressione, poi finse indifferenza e infilò una mano.-

-Carabattole e biancheria, sfortunaccia nera.- Disse, chiudendo rapidamente il laccio.

-Comunque te lo butto io nel dirupo, vecchio. E ti lasciamo pure un fucile così magari ne ammazzi un altro.-

I tre finirono di mangiare senza fretta. Il vecchio fremeva in silenzio. Il cuore gli batteva in gola e gli faceva male il petto. Alla fine i soldati andarono via lasciando dietro di sé solo un fucile e alcune cartucce.

Ugo aveva la vista appannata, si sentì venir meno ma rimase in piedi ad attendere Amal.

Quando il ragazzo tornò e seppe fu preso dal terrore.

-Sta tranquillo- diceva Ugo. -Non tornano più, me lo sento. Stai attento per un po’… magari… ma ormai è passata. È finita. Loro sono i corvi che spolpano la carcassa. Dopo i corvi non arriva più nessuno.-

Nei giorni appresso Ugo si fece sempre più debole.

Amal portò la driade vicino al letto. Ugo diede qualche colpo di scalpello ma le sue mani non  avevano più forza sufficiente per reggere il martello.

-Mi dispiace solo di non poterla finire.-

Amal lo vegliò per giorni.

Spirò al primo disgelo.

Fu Amal a ultimare la scultura di Ugo.

Se volete trovare Ugo cercate la statua accanto alla baita.

Ha un’espressione triste e dolce, guarda verso il suolo.

Troverete il vecchio ai suoi piedi. Nella terra.

Amal di tanto in tanto va a trovarlo.

Si dice che a ogni novilunio tutti gli gnomi e gli elfi di legno si diano appuntamento per far festa intorno alla statua.

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