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Antichrist, Shakespeare e il re Mida – una recensione in forma di dialogo | Pietropaolo Morrone

P: Beh, che ne pensi di Antichrist?

M: E che dovrei pensare? È un’accozzaglia di scene forti, senza una reale necessità. Sono molto perplesso. A chi si rivolge questo film? Quali sono le domande e le risposte? Dimmelo tu che cosa si dovrebbe capire.

P: “Capire” non è la parola giusta. Gli indovini e i maghi danno le risposte, quasi sempre sbagliate, modellate sulle orecchie dei miserabili; la scienza dà quelle giuste, quando le conosce; la religione le risposte se le inventa; l’arte, invece, non ne dà nessuna, è capace di regalare solo domande, spesso sempre le stesse, ma rigenerate da nuova linfa vitale. Antichrist non fa eccezione, non dà risposte. È giusto, poi, altrimenti lo spettatore che cosa dovrebbe fare tra un popcorn e un altro se non pensare e tappare i buchi?

M: Certo, certo, il ruolo attivo dello spettatore…

P: Tu parli di “capire” ma non basta capire, bisogna lasciarsi andare e avere il coraggio di aprire la porta alle paure profonde, alle sensazioni più nascoste che sono stratificate dentro di noi, invischiate nei rotoli della doppia elica del DNA. Solo alla fine, la mente cosciente dovrà riordinarle e cercare di capirci qualcosa. È questo è un film che si basa proprio sul livello più fondamentale delle paure umane.

M: Allora dimmi che ci hai capito ché poi ti dirò la mia.

P: Sono leggiadro come un pezzo di piombo nello spazio interstellare, ma so che prima o poi la massa di un corpo mi farà pesante come il piombo terrestre e non sarò niente, solo un corpo immobilmente vuoto. Questo è stato il mio primo pensiero dopo aver visto Antichrist. È stata come una visione.

M: Non ti seguo.

P: Cercherò di spiegarmi. Partiamo da una prima chiave di lettura, che la possiamo trovare in un sonetto di Shakespeare.

M: Che hanno in comune Von Trier e Shakespeare?

P: sicuramente il fatto di essere fatti della stessa poltiglia sanguinolenta e di soffrire delle stesse angosce. Non è poco. Non avere fretta, prendo il taccuino. Ho ricopiato un sonetto di Shakespeare che mi ha aperto la mente. Sai, mi piace ricopiare le cose che mi fanno pensare, mi dà il tempo di capire. Vediamo… eccolo qui. Ti leggo solo alcuni versi. Allora…

[…] finché è in atto, la lussuria è spergiura, assassina, sanguinaria, piena di biasimo, selvaggia, estrema, brutale, crudele, da non fidarsene: appena degustata, è subito spregevole […] come un’esca inghiottita, appositamente appostata, per rendere folle chi la prende […] un’estasi, a provarla, e, una volta provata, vera pena: una promessa di gioia, prima, e un vuoto sogno, dopo: tutto questo lo sa bene, il mondo, eppure nessuno sa bene sfuggire a questo paradiso, che porta gli uomini a questo inferno¹

M: Non mi hai chiarito nulla finora.

P: Partiamo dalla prima scena, va bene?

M: Sì, riconosco che è una scena di grande raffinatezza. Ho pensato per qualche minuto che Von Trier si fosse redento finalmente, ma è durata poco. L’aria di Hendel, il bambino, i due amanti tra le lenzuola, il tutto al rallentatore e in uno splendido bianco e nero. Tutto perfetto, almeno fino alla scena di sesso esplicito.

P: non devi giudicare un film in base alla coerenza estetica. Il film è tutto un progressivo imputridirsi di quella “promessa di gioia” di cui parlava Shakespeare. Quella penetrazione, che non lascia nulla all’immaginazione, è un primo elemento di disturbo dell’equilibrio. Poi ce ne saranno tanti altri, fino alla dissoluzione completa di quella promessa. Da notare anche il significato del bianco e nero, un po’ come a dire: “uomo, spettatore, quello che vedi finora non è reale, tu non li vedi ancora tutti i colori”.

M: Mi sembra solo un modo per cercare a tutti i costi l’originalità. Per me la scena era già bella senza la scenetta porno, che è come un pugno in un occhio. Ma poi, come hai detto tu stesso, di pugni nell’occhio ce ne sono tanti fini a che il film diventa una scazzottata inutile.

P: Ti sei mai masturbato su una donna che ti piaceva?

M: Certo, che domanda è?

P: Prova a pensare a una giornata tipo di questa donna. Sicuramente la vedi attraverso un filtro dalle maglie finissime. E così, vedi solo bellezza, purezza, dolcezza, la immagini volteggiare tra le stanze della sua casa tra veli di seta, non riesci a pensare a niente di più puro. Pensala, ora, mentre cammina con un bel vestitino sexy. Un primo piano esplosivo. Inquadratura fissa. A un certo punto la telecamera va in picchiata verso i bordi della sua gonna, passa da sotto e dopo un paio di cerchi concentrici finisce davanti alle sue mutande bianche e con un’appena accennata sgommata marrone, perché magari aveva fretta di uscire e non si era pulita bene o magari non fa parte delle donne che tengono alla pulizia. Credi che quello spirito angelico non vada in bagno, credi che sapresti distinguere le sue deiezioni dalle tue?

M: Il concetto è chiaro ma non ho capito che c’entra. Stai andando fuori strada.

P: Ti faccio un esempio più in linea col materiale della prima scena. Tempo fa mi è venuto in mente di filmarmi mentre lo facevo con la mia ragazza. Lei era d’accordo, era un modo per rompere la routine, niente di più. Davanti alla videocamera che avevo fissato all’angolo del tavolo, il piacere si era triplicato, mi sentivo il re dell’universo, la pressione arteriosa era una misura della mia potenza, i suoi capelli, che tenevo stretti e tiravo all’indietro, erano le briglie con cui comandavo l’universo. Quando, poi, sono venuto, pensavo che mi sarebbe venuto un infarto. Ma poi ho deciso di rivedere il video. E sai che ho visto?

M: Un filmato amatoriale da caricare su youporn?

P: No, ho visto un animale che ammollava la sua carne in qualche sputo di urina e, nel gran finale, terminava con una scarpetta di feci fresche.

M: Vedi, un pervertito psicopatico come te riesce a vedere molte cose in un film come questo. È come quando guardi le nuvole e ci vedi il profilo di una forma che conosci. Del resto ci sono tanti elementi e simboli: l’Eden, l’albero della vita, ecc’. Sono come dei lego.

P: aspetta, aspetta, ché tutto torna alla fine. Prendi, ad esempio, la scena della pianta che si trovava poggiata da qualche parte in casa. Sembra una scena innocente. In un primo tempo quella pianta fa parte della promessa di gioia, ma un lento zoom, accompagnato da una inquietante distorsione della musica, ne evidenzia le imperfezioni, l’acqua apparentemente limpida diventa una sozza melma paludosa in cui galleggiano pezzetti nerastri putridi e che rappresentano la dissoluzione. In altre scene e l’intero bosco, l’Eden che si distorce in modo inaspettato. La prima chiave interpretativa ci fa capire un messaggio importante, la nullità dell’uomo. L’amplesso è metafora di ciò che la vita promette, culminante nell’eiaculazione. Poi, lapetit mort che consegue alle svuotamento delle palle rappresenta il punto più basso. La mente è vuota dalle lusinghe e non vede altro che un animale nudo e stanco, senza più fluidi vitali, senza desiderio, un essere che diventa un occhio che osserva sé stesso. Non c’è niente di peggio che osservare sé stessi.

M: Non ci vedo tutta questa profondità. Mi pare che queste, come chiamarle, improvvise ombre che vanno a pesare sulle scene iniziali non siano altro che anticipazioni del lato oscuro della moglie, che si rivela una specie di Medea. Il film, poi, è intriso di misoginia.

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P: Per me dai una lettura superficiale del film, legata ai preconcetti che hai sul regista. Per quanto riguarda la misoginia sono parzialmente d’accordo ma non credo nel senso in cui la intendi tu. I due personaggi, marito e moglie, sono un’illusione, sono come due colori estratti dalla luce bianca mediante un prisma. Non è un caso che, per quasi tutto il film, sono completamente soli. Dopo la morte del bambino, il marito, che è uno psicoterapeuta, decide di curare sua moglie, ma in realtà quello che cerca di fare è curare sé stesso. Il protagonista è un unico essere, è un uomo, come uomo è lo stesso Von Trier, ma è fatto di due componenti in conflitto. Sua moglie non è un personaggio reale, ma rappresenta solo la sua parte materica, è l’oggetto del desiderio che finisce per rappresentare metonimicamente la parte più abbietta di sé, il peso che lo tiene ancorato ai bisogni più elementari. Lui vorrebbe liberarsi e aspirare a un livello più elevato di esistenza. L’auto-amputazione del clitoride rappresenta proprio questo, il passo estremo di auto-liberazione dalla carne da parte del protagonista, da quello stato di bassa energia potenziale di cui ti parlavo prima e che consegue all’amplesso, simbolo della condizione di bestia mortale sofferente. Il conflitto interiore è ulteriormente reso dalla scena in cui la moglie, dopo averlo tramortito, gli trivella la gamba, attaccandogli una ruota di pietra. È la lotta incessante tra sé e sé, tra i diversi daimones che non riescono a sopraffarsi.

M: Cioè mi stai dicendo che il film è in realtà una specie di sogno, in cui i personaggi non sono reali ma sono un unico protagonista maschile.

P: Sì, esattamente. Lei rappresenta il peggio di sé stesso, sottolineato dai suoi interessi sulla stregoneria. In un certo senso si tratta di una rilettura del mito di Adamo ed Eva. Il paradiso è la condizione di libertà dell’uomo, la sua aspirazione massima: non essere vincolato a nulla, non essere legato a una donna in particolare, spargere il suo seme qua e là ma dimenticandosene subito dopo e non conoscere i suoi figli.

M: Spargere figli e scappare, questo è vero, e poi sono le donne che vogliono sposarsi. Verissimo, ma vedere tutto questo in questo film…

P: Perché no? Prendiamo un libro sciocco, superficiale, dozzinale. Lettori diversi possono vederci cose molto diverse. Un lettore di bassissima estrazione può trovarlo bellissimo. Un lettore più evoluto nota, invece, la superficialità del libro. Il lettore più evoluto può invece contestualizzare la bassezza del libro al contesto socio-culturale, trovandolo addirittura interessante.

M: Io sarei il lettore intermedio e tu quello più evoluto.

P: No, era solo un esempio.

M: Va bene, prendiamo per buono quello che hai detto finora. E il bambino? Cosa rappresenta?

P: Ecco, e qui entra in gioco la seconda chiave di lettura del film, il mito di re Mida e il Sileno. Il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno. Si tratta di una sorta di divinità dei boschi, legata a Dioniso, dall’aspetto orribile, sempre ubriaca e amante delle feste. A un certo punto, il re Mida riuscì a fermarlo e gli domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Probabilmente il presuntuoso re si aspettava che il Sileno gli rispondesse che la cosa migliore che possa capitare a un uomo è essere, appunto, re Mida.

M: Un po’ come nel racconto di Solone e Creso riportato nelle Storie di Erodoto.

P: Sì, anche se qui la risposta è più estrema e astratta. Inizialmente il Sileno evita di rispondere, dicendogli che è meglio che non si ponga domande di questo tipo, ma poi cede all’insistenza di Mida e risponde

Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente”. Non essere nato non è possibile per un essere che è già nato.

L’unica azione possibile per avvicinarsi al consiglio del Sileno è di non generare, di non dare in eredità a nessuno la pena del vivere. Nel corso del film si osserva come la morte del bambino non sia stata accidentale come poteva sembrare nella parte iniziale: la porticina del box in cui giocava il bambino era stata aperta apposta dalla madre e l’occhio di lei seguiva il piccolo nel suo percorso di morte che lo portava verso la finestra e poi giù, fino a spiaccicarsi sul selciato innevato.

M: E quindi, già che sono entrato nella tua mente malata, questo simboleggia la speranza recondita del protagonista di non generare ma che, secondo me, deve essere legata anche a una componente egoistica e non solo legata alla volontà altruistica di evitare sofferenze al piccolo.

P: Certo, sono d’accordo. Poi, la liberazione finale delle streghe, che avevamo visto in uno stato di quiescenza in diverse scene del film, rappresenta la risurrezione della parte così odiata e abiurata dal protagonista maschile, rinnovata a nuova vita, moltiplicata in numero, e che è pronta a riprenderlo e schiacciarlo tra le maglie della forza impetuosa della carne e che…

Driin Driin Driiiiiiiiin

M: È mia moglie. È meglio che vada.

P: Ciao, stammi bene.


  1. Traduzione di Edoardo Sanguineti: “Quaderno di traduzioni” Lucrezio-Shakespeare-Goethe, Einaudi, 2006 ↩︎

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