Santi | Giovanni Canadè

C’è chi va a Parigi per giocare ai poeti maledetti e c’è chi si fa bastare lo sporco appartamento di una periferia di provincia. C’è chi va a Parigi a parlare d’amore sulle rive della Senna; chi va a Pigalle, a Montmartre, al Bois de Boulogne. C’è chi rincorre ragazze in fiore nei parchi di una Parigi senza tempo, accostando i colori dei loro occhi alla lucida copertina di quei Verlaine; e nonostante lʼuso di termini come “verga” e verbi come “accogliere”, qualcuno riesce anche a scopare. Continua a leggere

I borghi più belli d’Italia | Luigi De Bartolo

Le umane maree sono emigrate da tempo,
hanno lasciato una coriacea pozza di simili
e segni sparsi di un confuso passaggio.
Verso il cielo punta la strada,
lungo il pendio ripido, selvaggio, universale,
lo sguardo si riempie di sensazioni mistiche.
Edifici con mattoni a vista, non ancora conclusi,
sono narratori insuperabili di quotidiano.

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Domande impegnate | Giovanni Canadè

Ci sono alcuni che fanno della letteratura una ragione di vita, ma se ne escludono una buona fetta. Hai presente quelli che sì, non c’è niente di meglio della lettura ma solo storie vere, solo storie impegnate, storie di operai, storie di malessere sociale, sociologismo, socialismo; perché è bello volare con la fantasia, ma che si abbiano i piedi ben piantati in terra. E cos’è questa, una lettura coi sensi di colpa? Mi piace leggere ma se la fantasia è troppa poi mi pare d’aver perso tempo io invece sono un intellettuale e devo leggere per il bene dell’umanità. Come dire, mi piace masturbarmi, ma per non sentirmi in colpa mi sego immaginando una Margherita Buy avvolta in una bandiera rossa falce e martello che fa tanto cinema intellettuale impegnato morettiano e posso dire, vedete, sono un uomo, animale come tutti, ma con un’anima, una coscienza politica, perdio! Mi piace sborrare ma senza disinteressarmi alla problematica sociale degli ultimi operai metalmeccanici (che, sia detto per inciso, loro sì che si fanno le seghe con le veline).

Ecco come immagino i lettori-intellettuali impegnati, che hanno bandito l’eros dalla loro vita; che, cattolici anche se atei (o peggio, agnostici) (o peggio, cattocomunisti) rifiutano l’immaginazione fine a se stessa, rifiutano il “romanzo borghese”, perché il cittadino deve da essere accompagnato alla ricerca della propria coscienza di classe, compagni!

Ci meritiamo la “rivoluzione” di Papa Francesco.

La mia Parigi | Matteo Mazza

Parigi è una fiaba per corrotti. È sottile il filo di ragno che la lega al mio mondo. Il mio giaciglio è al settimo piano di un palazzo dove i rinnegati si ammassano non salutandosi nemmeno. Parigi è un fosso nel quale i cadaveri danzano nella polvere del giorno. Dalla mia finestra il cielo spaventa, nell’illusione che possa inghiottirti nel suo orchestrare di nubi. Ieri mi hai detto che mi ami e che credevi di non saperlo più fare. Era quasi il tramonto ed io ciarlavo versi a te dedicati, ma son troppe le notti alle quali sono rimasto impiccato. Me ne esco che i tuoi occhi sono ancora socchiusi. Continua a leggere

L’anima nella pancia a primavera | Francesco Principe

Giungendo al cancello noti subito l’aria gotica che spesso ammanta i palazzi concepiti con gusto razionalista ma abbandonati alla furia artistica degli elementi. Ove in origine erano solo superfici piane, lisce, omogenee e pulite, decenni di scoli, sudiciume, cacca d’uccello e incuria avevano dipinto tutta una gamma di chiaroscuri in un dagherrotipo di archi e pinnacoli. Posti come questo hanno un’atmosfera triste. Posti come questo sanno di vita vissuta. Quindi di vita passata.

Immagini giochi di bambini, il chiasso, le risate, la palla che rompe una finestra e il berciare del litigio conseguente, l’abbaiare delle cagnetta al terzo piano, il bacio impacciato di due adolescenti rubato sul pianerottolo, gelosie e piatti che volano, feste sino a tardi con la signora che batte sul soffitto usando un manico di scopa, lo scompiglio di interminabili riunioni di condominio in cui non ci si mette mai d’accordo su niente. Lo immagini. Bene. È tutto passato. Ora solo il silenzio. Qualcuno è andato via, qualcuno è morto. Rimangono i vecchi e qualche pianta ad appassire sui balconi. I giorni sempre uguali diluiscono la memoria. Forse è sempre stato così. Continua a leggere

Differenza di potenziale | Vincenzo Montisano

N. avrebbe dovuto già essere qui. Sono stremata, ma nonostante il suo ritardo, attendo. Spalle alla strada, costato che potrebbe essere la mia ultima volta sul litorale. La brezza, le mie valigie e il sole mortale; le vele bianche in mare sono ali di gabbiano intrappolate e in acqua e in aria. Se avessi fissato il flessuoso fianco della montagna tanto a lungo, come negli ultimi anni, un giorno mi sarei chinata anch’io, dolcemente, verso l’orizzonte.
Lascio i bagagli bene in vista, di fianco alla strada, e dalla cima ridiscendo la scalinata sassosa spruzzata d’oleandro, verso un punto più basso della roccia.
N. parlava sempre al condizionale. Credo non verrà. Ridefinire i confini entro cui si è costruita l’intera vita, è un’impresa temeraria. Suo marito è una brava persona. N. no, non lo è. In parte per come mi ha trattata in questi mesi e in parte perché la sua vigliaccheria riflette la mia. Alla mia età dovrei rassegnarmi alla solitudine. E invece imparo quotidianamente come la paura istighi di continuo forme nuove di meschinità. Continua a leggere

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