Nudo | Pietropaolo Morrone

Nudo, lucido come le tue labbra ancora dischiuse, incapaci di seccarsi, pure nella solitudine, ma che sanno soffiare tempeste d’altoforno, rotolo giù per la valle infinita, rimbalzo tra sassi, come tamburi in sordina, incastonati dove sanno, spigoli esatti, che ridanno alle ossa una forma più giusta. Annaspo nella zuppa di cielo e di terra. Bave di clorofilla sulla pelle lucida di sudore. Spine di legno fanno buchi troppo piccoli per sfiatare il male. Un pugno di denti che avevo di troppo si fanno semi, saranno sassi un giorno. Le ossa, zucchero a velo nel mio sacco di pelle, si mischiano al sangue e bagnano la crosta della terra. Un trancio di brune budella si fa sciarpa per un sasso troppo nudo. Rotolo sempre più leggero, al tuo soffio e al richiamo della terra, mentre il pendio è sempre più ricco del mio corpo. E alla fine di me non resta che un pensiero, giroscopico grumo inscindibile, sterile, incapace di dipingere sassi aguzzi. Se fosse generoso come il mio corpo… ma è troppo piccolo per morire, troppo grande per vivere.
Mi faccio sasso, mi faccio erba, mi faccio terra, divento tutto, ma anche niente.

Il loro gioco | Nazareno Loise

Chi sono questi crani che mi spiano?
Che s’annida nei loro bulbi adunchi?
Le strade si coagulano, e mai
increduli mi offrono sorrisi,
ciechi! sullo stradario del collasso.

Dove andare,
se non dove loro mi raccomandano?

Marcia intanto la vita negli alvei
crivellati di paure. Appese
– e blu –
ai portoni tumefatti elemosinano
– amore –
le madri-pipistrello. Stride la morte.

Mi hanno avuto, alla fine, con quel
presagito, tetro colpo
alle spalle.

Nel serra serra inseminato rosso-nero
qualcuno mi ha chiesto assetato:
“Qual è il tuo gioco?”
“Non so dirvi, signore!
Datemi dollari e copeche a volontà
e né più mai mi sentirò perso:
incomincerò a credere nella mia mano”.

Divampano per autocombustione
gli uncini elefanteschi sopra nasi
cocainomani.
Gli stridii incalzano l’autocommiserazione.

Seccagni di centesimi, i fiumi
– al pari della mia anima in canna –
azzardano in circoli-buttatoio,
come dei noncuranti fumatori
in uno scalcinato sanatorio.

Ad ogni puntata,
in un cosmico raggiro,
– umanità! –
mi cavano, Tutti,
una goccia di troppo.

Andrea Russo

Mi ha raggiunto,
al di là delle valli, del cielo,
dei mortiferi anfratti cittadini.
Mi circonda, il lerciume.
E questo fiume, in passato
anticamera per la redenzione,
riveste ora le sue acque,
con un’opaca mistura.
Mi ricorda gli occhi dei vecchi
al bar, nel borgo dei miei avi.
Loro sì, che sapevano guardare gli uomini
come si guardano i maiali.

La fede, Vincenzo Montisano

«Siediti sul bidet» dissi a L. Lei aprì le gambe e ci si sedette. La schiena curva su cui potevo contare le vertebre.La finestra aperta, i nei gettati sulla pelle e intirizziti dalla temperatura invernale – L. ne aveva molti più di S.
Le dissi «apri l’acqua fredda» e lo scroscio si diluì nel ronzio del neon accesso sullo specchio. Le piastrelle alle pareti bianche e leggermente umide, asciugamani sul box doccia che qualcuno aveva dimenticato di stendere. Il dentifricio vuoto nel lavandino. L. si ispezionò l’interno coscia. Dopo poggiò le mani sul bordo del bidet e gli anelli tamburellarono sulla ceramica. Alzò il viso trapezoidale ed era tutto un pallore di pupille sgranate. Io chiusi a chiave la porta illudendomi che questo semplice gesto sarebbe bastato a farci rimanere soli.
Dal giorno in cui T. era entrato in coma, casa loro s’era fatta cosa viva:rimasta sola, L. aveva affittato le rimanenti stanze a perfetti sconosciuti e da allora un gran via vai di gente che entrava e usciva si era installato nell’appartamento. La maggior parte di loro se ne fregava che le cose andassero per il verso giusto.Restavano dentro per giorni e poteva capitare che più d’uno avesse bisogno di utilizzare la cucina, la lavatrice o l’asciugacapelli nello stesso momento. A tarda notte, lo sfregare dei corpi per i corridoi verificava la loro onnipresenza.Ogni volta che ritornava in camera sua, L. aveva l’impressione che, fino a un attimo prima, ci fosse stato qualcun’altro lì dentro. La cosa la lasciava indifferente.
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