RACCONTI NERI | Giovanni Canadè

“La cartella che accompagnava il corpo diceva ben poco. Una sconosciuta. A quanto pare, era stata ritrovata per caso in un garage in periferia. Una telefonata anonima. C’erano delle indagini in corso: sul luogo erano state rilevate tracce di un qualche rito, paccottiglia esoterica. Agli atti andavano messi anche i tatuaggi sul corpo, simboli astrusi, linee e triangoli, curve sinuose e cerchi. Ma ad Arturo non importava nulla dei riscontri. Non riusciva a distaccarsi dal quel viso ancora così fresco, dagli occhi che, seppur chiusi, lui sapeva neri e fondi.” Venticinque racconti sulla pervasività del male, sull’angoscia di vivere, sulla sovranità assoluta del dolore.

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TIZIANO SCLAVI. LA DIVERSITA’ DEL MOSTRO | Giovanni Canadè

 

 

Tiziano Sclavi. La diversità del Mostro è una breve guida ai romanzi e ai racconti di uno degli autori più innovativi del panorama letterario italiano.

Tiziano Sclavi, conosciuto quasi esclusivamente per la sua creatura fumettistica di successo Dylan Dog, si rivela un narratore pieno di sorprese, post moderno, in anticipo sui tempi e ancora misconosciuto.

Tiziano Sclavi. La diversità del mostro vuole essere una breve analisi sui romanzi di un autore che ha saputo, come pochi, narrare il dolore e la solitudine del Mostro.

Prefazione di Francesco Corigliano

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I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Julio Cortázar

“Fui una letra de tango
para tu indiferente melodía”
(Julio Cortázar, “Quizá la más querida”)

“Chi non legge Cortàzar è spacciato. Non leggerlo è una malattia molto seria e invisibile, che col tempo può avere conseguenze terribili”. Bastano queste parole di Pablo Neruda a inquadrare Julio Cortàzar, (onni-)scrittore che, in realtà, inquadrato non può essere.

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GOMITOLI | Andrea Russo

Un accattone in stazione osserva la più disparata umanità: un brulicare di esistenze distratte e noncuranti.
Sette vite, compresa la sua, vengono scandite in trentatré attimi.
Tutto accade in poche ore, sette vite avvolte insieme a creare un unico gomitolo.
Qualcuno, quel giorno di febbraio, porta con sé qualcosa di più pesante della sua stessa coscienza. Qualcuno, quella mattina, deciderà per tutti gli altri.

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I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Hugo von Hofmannsthal

“Egli ha amato l’idea della morte assieme a quella della bellezza e della signorilità: fatto tipicamente austriaco. La morte è presente in tutta la sua opera, anche in quella più lietà, e già l’adolescente, il fanciullo di spirito principesco, l’ha definita in versi “un grande Dio dell’anima”. Ogni sua espressione melodica e piena di grazia – in prosa, in dialogo, in poesia – è intrisa della bellezza di morte.”

(Thomas Mann su Hugo von Hofmannsthal)

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I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Leonard Michaels

Leonard Michaels (1933-2003) è stato un romanzieresaggista e scrittore di racconti statunitense, tra i più stimati della sua generazione. Ammiratore di Franz Kafka e Isaac Babel, spesso associato durante la sua vita agli scrittori ebrei americani della generazione precedente, Saul BellowBernard Malamud e Philip Roth, fu anche uno stimato insegnante di scrittura creativa. Le sue opere si caratterizzano per la cura palpitante che egli riserva al ritmo delle frasi, così esacerbata da farne uno scrittore unico e ancora oggi seguito.

“Le storie di Leonard Michaels”, ha scritto il romanziere e scrittore di racconti Charles Baxter, “sono brillanti. Rabbia, intelligenza e irrequietezza ossessiva animano queste storie a tal punto che i loro materiali esplosivi sembrano pronti ad accendersi in qualsiasi momento”. I personaggi di Michaels, quasi sempre impotenti e asserviti ai loro impulsi, vivono le loro vite nella costante prossimità all’annientamento.

Il romanzo di cui parleremo oggi, Sylvia (Adelphi2016), “ispirato alla storia vera del suicidio della prima moglie di Leonard Michaels, Sylvia è uno di quei romanzi che, terrifici nella loro profonda verità, si insinuano quasi inavvertitamente nella mente del lettore – e vi rimangono per sempre” (ibid. dalla quarta di copertina).

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I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Iosif Aleksadrovic Brodskij

“Venezia è anche un sogno
di quelli che puoi comperare
però non ti puoi risvegliare con l’acqua alla gola
e un dolore al livello del mare”
(“Venezia” – Metropolis – F.Guccini, G.Alloisio, B.Biggi)

1989. Il Vento dell’Ovest, un poco polacco e molto americano, sospinge i grossi martelli dei berlinesi a travolgere l’Unione Sovietica, una volta per tutte. Nella lotta terrestre dei venti, il buran s’è arreso al chinook. Nell’altrettanto eterna lotta all’idiozia, l’ottusaggine da regime s’è arresa all’“anarchia dell’acqua”. Dalle macerie del muro di Berlino risorgono, vivi e poco impolverati, artisti e intellettuali banditi per decenni dalla memoria del popolo russo. Dai televisori quadrati, inondati di teatro propagandistico, riemergono in tanti. In troppi. Fra loro, Iosif Aleksandrovič Brodskij.

Nato nel 1940 da una famiglia ebrea, lascia la scuola appena quindicenne e, da autodidatta, comincia a pubblicare le sue poesie nel 1958. Processato e recluso per “parassitismo”, viene espulso dall’URSS nel 1972. Ad offrirgli accoglienza sono gli statunitensi, consegnatisi al ventesimo secolo come più subdoli dei russi, nel bene e nel male.

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I venerdì del Nucleo Kubla Khan – Friedrich Dürrenmatt

Quella di Friedrich Dürrenmatt (1921-1990) è una delle figure più eccezionali dell’intero panorama artistico del Novecento. Attivo sin da giovanissimo (il suo primo racconto risale al 1942), divise il suo lavoro tra drammaturgia e narrativa.

Aggiungendo suggestioni di impronta espressionistica al lavoro di rinnovamento del teatro di lingua tedesca iniziato qualche anno prima da Bertolt Brecht, Dürrenmatt si affermò in campo drammaturgico grazie alla sua verve grottesca, iconoclasta e polemica. Scetticismo razionalistico e rigore etico, straordinariamente mescolati e calati in un linguaggio sarcastico e spregiudicato, lo portarono ad essere riconosciuto come uno dei drammaturghi più anticonformisti della sua generazione, capace, come pochi, di demistificare la storia attraverso un’analisi cinica e carnale del reale. La sua opera più celebre è La visita della vecchia signora (1956).

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Ornitottero | Nazareno Loise

Loise è della stirpe dei samurai. Sempre in giro con la sua daga che è la parola, ora vellutata, ora insolente, ora tremenda, ora irritosa/irritante. Parole (ecco il samurai!) sempre brandite con lealtà, amore, pietas, tragico fulgore. Sette poesie, in questo esordio poetico, con il “sette” non voluto e studiato, ma che però qualcosa nell’oscurità dell’essere pure significherà.

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