Santi | Giovanni Canadè

C’è chi va a Parigi per giocare ai poeti maledetti e c’è chi si fa bastare lo sporco appartamento di una periferia di provincia. C’è chi va a Parigi a parlare d’amore sulle rive della Senna; chi va a Pigalle, a Montmartre, al Bois de Boulogne. C’è chi rincorre ragazze in fiore nei parchi di una Parigi senza tempo, accostando i colori dei loro occhi alla lucida copertina di quei Verlaine; e nonostante lʼuso di termini come “verga” e verbi come “accogliere”, qualcuno riesce anche a scopare. Continua a leggere

La mia Parigi | Matteo Mazza

Parigi è una fiaba per corrotti. È sottile il filo di ragno che la lega al mio mondo. Il mio giaciglio è al settimo piano di un palazzo dove i rinnegati si ammassano non salutandosi nemmeno. Parigi è un fosso nel quale i cadaveri danzano nella polvere del giorno. Dalla mia finestra il cielo spaventa, nell’illusione che possa inghiottirti nel suo orchestrare di nubi. Ieri mi hai detto che mi ami e che credevi di non saperlo più fare. Era quasi il tramonto ed io ciarlavo versi a te dedicati, ma son troppe le notti alle quali sono rimasto impiccato. Me ne esco che i tuoi occhi sono ancora socchiusi. Continua a leggere

L’anima nella pancia a primavera | Francesco Principe

Giungendo al cancello noti subito l’aria gotica che spesso ammanta i palazzi concepiti con gusto razionalista ma abbandonati alla furia artistica degli elementi. Ove in origine erano solo superfici piane, lisce, omogenee e pulite, decenni di scoli, sudiciume, cacca d’uccello e incuria avevano dipinto tutta una gamma di chiaroscuri in un dagherrotipo di archi e pinnacoli. Posti come questo hanno un’atmosfera triste. Posti come questo sanno di vita vissuta. Quindi di vita passata.

Immagini giochi di bambini, il chiasso, le risate, la palla che rompe una finestra e il berciare del litigio conseguente, l’abbaiare delle cagnetta al terzo piano, il bacio impacciato di due adolescenti rubato sul pianerottolo, gelosie e piatti che volano, feste sino a tardi con la signora che batte sul soffitto usando un manico di scopa, lo scompiglio di interminabili riunioni di condominio in cui non ci si mette mai d’accordo su niente. Lo immagini. Bene. È tutto passato. Ora solo il silenzio. Qualcuno è andato via, qualcuno è morto. Rimangono i vecchi e qualche pianta ad appassire sui balconi. I giorni sempre uguali diluiscono la memoria. Forse è sempre stato così. Continua a leggere

Differenza di potenziale | Vincenzo Montisano

N. avrebbe dovuto già essere qui. Sono stremata, ma nonostante il suo ritardo, attendo. Spalle alla strada, costato che potrebbe essere la mia ultima volta sul litorale. La brezza, le mie valigie e il sole mortale; le vele bianche in mare sono ali di gabbiano intrappolate e in acqua e in aria. Se avessi fissato il flessuoso fianco della montagna tanto a lungo, come negli ultimi anni, un giorno mi sarei chinata anch’io, dolcemente, verso l’orizzonte.
Lascio i bagagli bene in vista, di fianco alla strada, e dalla cima ridiscendo la scalinata sassosa spruzzata d’oleandro, verso un punto più basso della roccia.
N. parlava sempre al condizionale. Credo non verrà. Ridefinire i confini entro cui si è costruita l’intera vita, è un’impresa temeraria. Suo marito è una brava persona. N. no, non lo è. In parte per come mi ha trattata in questi mesi e in parte perché la sua vigliaccheria riflette la mia. Alla mia età dovrei rassegnarmi alla solitudine. E invece imparo quotidianamente come la paura istighi di continuo forme nuove di meschinità. Continua a leggere

Ablehnung | Francesco Principe

G uardo dalla finestra. Che panorama desolante. Nebbia. Solo nebbia. Il rumore della risacca e odore di salsedine. Una monaca si avvicina alla porta e mi fa cenno di seguirla. Rimane ferma. Nel silenzio. Non vedo i suoi occhi ma sento uno sguardo freddo, scuro e storto passare oltre me e fermarsi su qualcosa alle mie spalle. Nulla del suo corpo è in vista. Il Suo viso è velato, anche le sue mani sono coperte da guanti.

Con un passo lento e metodico mi conduce in una stanza che abbandona subito.

 – Buongiorno. Sarà un po’ disorientato. È qui da ieri notte, quando è arrivato non era cosciente. Starà qui per un po’ di tempo. Le spiegherò la situazione con la massima semplicità: lei ha subito un grave incidente. Tutti i tentativi di restituirle ciò che ha perso si sono dimostrati vani. Questo è l’unico posto in cui può essere ancora trovata una soluzione alla sua situazione. Cominciamo dal principio. Cosa ricorda dell’incidente?

– Che incidente? Non ricordo nulla, proprio nulla. Che posto è questo? Cosa mi è successo? Continua a leggere

Fiori di loto al levar del sole | Stefano Luchetta

Osservavo le articolazioni del mio braccio, il naturale intrecciarsi di muscoli e tendini che s’inerpicava dal gomito fino al polso per poi riscendere lungo il palmo, prima, e le falangi, poi, mentre una goccia accompagnava il mio sguardo correndo lungo la cavernosa forma della mia mano fino all’estrema punta dell’indice per, infine, staccarsi, cadere giù, in un interminabile vuoto temporale, e collidere con la superficie dell’acqua, oramai stagnante, della vasca da bagno e perdersi tra le onde perfettamente circolari, celebranti il requiem eterno di quelle molecole d’idrogeno e ossigeno.
A quel tempo facevo un largo uso di oppiacei che amplificavano a dismisura i miei sensi fino a trasportarmi in una dimensione onirica nella quale ogni movimento, ogni impercettibile mutamento nella materia circostante, sembrava rallentare al punto che potevo cogliere l’estemporaneo roteare di microscopiche particelle di polvere animate dal sottile spirare del vento passante nella fessura che separa il marmo dalla finestra. Continua a leggere