Il loro gioco | Nazareno Loise

Chi sono questi crani che mi spiano?
Che s’annida nei loro bulbi adunchi?
Le strade si coagulano, e mai
increduli mi offrono sorrisi,
ciechi! sullo stradario del collasso.

Dove andare,
se non dove loro mi raccomandano?

Marcia intanto la vita negli alvei
crivellati di paure. Appese
– e blu –
ai portoni tumefatti elemosinano
– amore –
le madri-pipistrello. Stride la morte.

Mi hanno avuto, alla fine, con quel
presagito, tetro colpo
alle spalle.

Nel serra serra inseminato rosso-nero
qualcuno mi ha chiesto assetato:
“Qual è il tuo gioco?”
“Non so dirvi, signore!
Datemi dollari e copeche a volontà
e né più mai mi sentirò perso:
incomincerò a credere nella mia mano”.

Divampano per autocombustione
gli uncini elefanteschi sopra nasi
cocainomani.
Gli stridii incalzano l’autocommiserazione.

Seccagni di centesimi, i fiumi
– al pari della mia anima in canna –
azzardano in circoli-buttatoio,
come dei noncuranti fumatori
in uno scalcinato sanatorio.

Ad ogni puntata,
in un cosmico raggiro,
– umanità! –
mi cavano, Tutti,
una goccia di troppo.

Andrea Russo

Mi ha raggiunto,
al di là delle valli, del cielo,
dei mortiferi anfratti cittadini.
Mi circonda, il lerciume.
E questo fiume, in passato
anticamera per la redenzione,
riveste ora le sue acque,
con un’opaca mistura.
Mi ricorda gli occhi dei vecchi
al bar, nel borgo dei miei avi.
Loro sì, che sapevano guardare gli uomini
come si guardano i maiali.

VIII | Andrea Napoli

VIII

Ho affidato questo o quel me stesso alle assi sconnesse
di un vecchio porto di Dublino. «Tu non hai corpo, sei solo
un vasto spazio». Mi venne in mente la parola docks,
come dicono gli inglesi. «Manchi di ogni senso di risolutezza,
di determinazione», continuò. Alle due di notte le luci
del pontile sono puntini sospensivi che posano
la testa sul petto incerto di una donna. «Sei troppo debole
per mentire. Io ho pensato alle mie dita, e loro si sono mosse».
Diventa sempre più difficile masturbarsi ad occhi aperti.

L’eresia | Gianluca Pitari

ho l’impressione che dovunque vada
io porti con me la notte

ho visto ideali di granito
nelle mie mani
lievitare in polvere
sentimenti d’acciaio
sfibrarsi in ovatta

la poesia
al pari del creato
è una sciagura
ed il poeta un dio tragico
senza più le ragioni del miracolo
una divinità inutile e solitaria
che arrocca su di una torre zuccherina
mentre le nubi infittiscono

non mi perdoneranno mai
la lievità dell’eresia

I borghi più belli d’Italia | Luigi De Bartolo

Le umane maree sono emigrate da tempo,
hanno lasciato una coriacea pozza di simili
e segni sparsi di un confuso passaggio.
Verso il cielo punta la strada,
lungo il pendio ripido, selvaggio, universale,
lo sguardo si riempie di sensazioni mistiche.
Edifici con mattoni a vista, non ancora conclusi,
sono narratori insuperabili di quotidiano.

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