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Cronica dell’immondo emerso | Nazareno Loise

Raggiunsi il bagno arrancando fra il pattume che lastricava il pavimento. Con acribia m’infilai le dita in gola fino a toccare l’intimo della mia mortificazione. I cibi fagocitati poco prima sgorgarono nella tazza ancora interi, ricoperti da una viscosità di sangue e succhi gastrici. Snervata, ma pervasa di un senso d’appagamento, tornai a distendermi sul letto.
Da mesi inanellavo così le mie giornate, vivendo parossisticamente l’anelito di essere accettata, e persa a rincorrere inutilmente la mia soddisfazione.
In ufficio non andavo più da settimane e nessuno, familiari e conoscenti, s’era preoccupato della mia irreperibilità. Non avevo contatti con altre persone all’infuori del commesso della rosticceria che bussava al mio appartamento con cadenza rituale.
Non poteva essere altrimenti. Come avrei potuto camminare tranquillamente per le strade ed esporre le mie imperfezioni alla derisione pubblica? Mi sarei sentita come un condannato alla berlina con un cartello al collo recante la scritta “mostro”. La folla di passanti, alla mia vista, si sarebbe aperta in due come fa il mare al passaggio di un cetaceo. Centinaia di occhi ferini conficcati nei miei fianchi lardosi, lo sdegno piantato nelle mie cosce flaccide e lo scherno appiccicato sul mio sedere ingombrante. Come persa in un labirinto di facce perfette su cui specchiare la mia immagine.
M’ero ridotta come un arboscello spoglio e maculato d’albugine. C’erano dei momenti in cui, tuttavia, i penetrali della mia coscienza tentavano di risalire su per quei rami portando con sé dei germogli di lucidità. Per pochi istanti riuscivo ad aver coscienza di ciò che ero divenuta, ma il germe bulimico immediatamente contaminava quei virgulti integri rameggiando sempre più affondo. L’immagine riflessa nello specchio pretendeva sempre di più da me, mentre il corpo implorava invano la mente di far cessare quel cruento stillicidio. Nella latomia della mia dismorfofobia io ero al tempo stesso prigioniera e guardia.
Ogni notte, spiriti, streghe e diavoli affollavano la mia testa. Quella tregenda scendeva sui miei occhi incavati come un manto intessuto di incubi. L’abuso di caffeina che perpetuavo nella giornata rendeva il sonno intermittente e tormentoso. Quella notte mi rapì lo stesso sogno.
Mi ritrovavo sul marmo dell’obitorio in uno stato di veglia ansiogena. Il medico legale scrutava il corpo biasimando la mia magrezza. Quando poggiava il bisturi sulla pelle, provocandomi spasimi di paura, mi slanciavo in un cibreo di appelli accorati cercando inanemente di avvertirlo d’essere ancora viva. La mia voce, però, era muta e il medico cominciava le sue esaminazioni. Con decisione la lama tracciava i suoi ricami districandosi fra le ossa sporgenti.
Mi svegliai sgomenta e mi trascinai fino allo specchio. Nella penombra della stanza anfanavo alla ricerca degli squarci. E m’ispezionai il torace con disprezzo. Nel silenzio della mia vergogna le dita suonavano sulle costole come le sbarre al tocco dei secondini.
Mi fiondai a cercare il tagliacarte nel pattume, residuo del mio passato di correttrice di bozze. I bagliori lunari entravano dalla finestra schiarendo le mie deformità.
Abbarbagliata da un lucido delirio presi a incidere le cosce dall’interno. Credendo di asportare l’ammasso di grasso e carne che le ricopriva, dai due tagli profondi cominciò a grillare sangue.
Mi voltai di spalle e torcendo il collo verso lo specchio puntai le natiche. Con mano inesperta recisi muscoli e tendini. Caddi a terra sulle ginocchia: l’estasi della risolutiva liberazione dalle mie oscenità anestetizzava ogni dolore.
Passai quindi ai fianchi. La lama mi fendette in due punti palesando il biancore delle anche spigolose.
Poi, quasi a voler estirpare dalle viscere il germe della mia deformazione, affondai il tagliacarte all’altezza del ventre: le interiora scivolarono via dalla ferita rimanendo a penzoloni, in macabro equilibrio come lo era stata la mia vita.
Le ginocchia affondavano in una pozza di sangue e budella che lentamente colorava di rosso il lerciume sul pavimento.
Dalla bocca vomitai una poltiglia di colore nerastro. Feci liquide fuoriuscirono dall’orifizio anale dilaniato emanando un odore disgustoso.
Strepitando in quello stagno lurido m’apprestai all’atto conclusivo: eliminare le guance e quell’orribile pappagorgia che mi riempiva il collo. Le mani tremolanti tratteggiarono un sorriso all’altezza della carotide: uno zampillo rosso fiottò sullo specchio. Il sangue gorgogliava nella gola e nella bocca. Feci appena in tempo a specchiarmi per l’ultima volta: finalmente mi piacqui.
Davanti a me giace ancora il mio cadavere, ormai putrefatto, in un tripudio di piaghe e vesciche cancrenose.
Inferia della mia stessa follia, riposo adesso in questo specchio libera da ogni timore di vedere la mia immagine distorta. Chissà quando si accorgeranno del cadavere.

Tratto da “Nera semenza – Semi d’odio, d’amore e di follia”, Edizioni Efesto.

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