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Fiori di loto al levar del sole | Stefano Luchetta

Osservavo le articolazioni del mio braccio, il naturale intrecciarsi di muscoli e tendini che s’inerpicava dal gomito fino al polso per poi riscendere lungo il palmo, prima, e le falangi, poi, mentre una goccia accompagnava il mio sguardo correndo lungo la cavernosa forma della mia mano fino all’estrema punta dell’indice per, infine, staccarsi, cadere giù, in un interminabile vuoto temporale, e collidere con la superficie dell’acqua, oramai stagnante, della vasca da bagno e perdersi tra le onde perfettamente circolari, celebranti il requiem eterno di quelle molecole d’idrogeno e ossigeno.
A quel tempo facevo un largo uso di oppiacei che amplificavano a dismisura i miei sensi fino a trasportarmi in una dimensione onirica nella quale ogni movimento, ogni impercettibile mutamento nella materia circostante, sembrava rallentare al punto che potevo cogliere l’estemporaneo roteare di microscopiche particelle di polvere animate dal sottile spirare del vento passante nella fessura che separa il marmo dalla finestra.
Immaginatemi in questo stato di assoluta cognizione, incastrato nella trama di un arazzo orientale appeso vicino allo specchio, nel momento in cui l’infinito istante fragoroso di un tuono, portatore di tempesta, ridestava le mie membra dal torpore. Con uno scatto innaturale spinsi il mio torace fuori dall’acqua trascinando con me infinitesimali conglomerati di acqua che lentamente ricaddero lungo la schiena seguendo il percorso tracciato dai capelli per incontrarsi nel mezzo con il gemente tremito glaciale che nel frattempo risaliva lungo i pendii vertebrali arrampicandosi tra i nervi che circondano la spina dorsale.” Scrissi su un foglio di carta destinato a diventare un’epistola poi inviata ad un amico che si trovava nel nord della Francia.
Ancora grondante, cercai di mettermi in piedi ma dovetti superare quella insidiosa mancanza di equilibrio derivante in parte dalla dipendenza, in parte dalla pressione sanguigna. Riuscivo a stento a stare eretto e dovetti dar adito a tutta la forza di volontà residua per riuscire ad asciugare la mia pelle che aveva ormai la sembianza disdicevole che viene conferita da una eccessiva permanenza nell’acqua. “Mio caro Pierre, il proprio corpo non è un’entità semplice da dominare“, continuai su quel pezzo di carta che avevo predisposto per scrivere l’epistola; “Indossare una camicia! Nulla di più semplice starete pensando leggendo tali parole, eppure, Pierre, fu per me come trovarmi innanzi al più complesso dei meccanismi che regolano gli ingranaggi di un orologio da tasca“. Indossata la camicia e qualche gingillo aristocratico, fui nelle condizioni dalla società imposte per evadere dalle mura domestiche e distinguersi nel mondo. Tuttavia, il mondo non si distingueva da me tanto che in alcuni istanti mi sembrava di appartenere ad un flusso universale talmente veloce da far vacillare qualsiasi spinta Leibiniziana verso un monadismo trascendentale. Con tutta l’arroganza che mi era propria, mi feci strada in un viale che appariva invaso da creature superflue, uomini imbottiti di tessuto mondano protetti da ombrelli mentali che li allontanavano dalla sublimità ancestrale dei tramonti. Tra di essi, però, spiccava l’elegante figura di un uomo seduto poco lontano da un ponte che ero costretto ad attraversare per raggiungere il centro della città. Era sempre lì, en plein air, con la sua tela, i suoi colori e la sua barba. Era sempre lì che dipingeva lo stesso paesaggio ed ogni volta era diverso. Non ne dava una rappresentazione fedele, quanto una trasognante, tanto che più che di rappresentazione sarebbe stato il caso di parlare di interpretazione. Il suo tratto era talmente affascinante e suggestivo che, nei miei momenti di perdizione, il mondo mi appariva come se ci fosse stato Dio, e quel Dio fosse stato l’elegante pittore sul bordo del fiume.
Eravamo giunti ai tramonti” continuai sulla carta: un raggio del sole che si nascondeva oltre i palazzi trafisse un sottile spazio vuoto esistente tra un edificio e un altro, inondando il mio viso di una luce strabordante dalla quale dovetti proteggere i miei occhi fino a quando l’eliaco astro non ebbe terminato il suo rito funereo, in funzione della sua crepuscolare resurrezione. Le prime stelle erano già comparse, mancava solo la luna, prima donna dello spettacolo luminescente.
Avevo molta fame, reazione tipica del consumo di stupefacenti, sentivo distintamente ogni singola contrazione degli organi del tronco che chiedevano pane come un terzo stato pronto a fare la rivoluzione. Avrei voluto che il pittore fosse con me, gli avrei descritto con precisione l’esperienza che stavo vivendo e il grottesco modo nel quale mi apparivano gli oggetti. “I miei occhi vagavano alla ricerca del pennello che dipingeva quegli edifici, sembravano in costante movimento intrappolati in un flusso simile a quello di una coscienza; non esisteva più il pensiero ma solo un universale interminabile moto.” Scrissi sull’improvvisata epistola, appoggiandomi in maniera piuttosto grossolana e goffa contro un muretto che separava il marciapiede da un giardinetto oltre il quale, una massiccia porta di legno aperta, dava su un lungo corridoio nel quale alcuni gentiluomini danzavano con delle dame mascherate, in un putiferio di colori violentati dalle ombre proiettate da una medievale illuminazione fatta di candelabri e torce.
A cosa stavo assistendo? Abbandonai per un istante Pierre a se stesso, rimisi penna e carta dentro una tasca del soprabito che indossavo e varcai il muretto giungendo all’ingresso dell’abitazione. Una melodia irresistibile, una barcarola dai tratti scuri, si faceva spazio candidamente tra le mie orecchie e, man mano che mi avvicinavo, mi ottenebrava la mente come il più sublime dei fiori di loto. Mentre attraversavo il corridoio, mi venne incontro una dama vestita di rosa, con una maschera viola decorata di piume bianche. La intangibile creatura fece un inchino, e, mentre si rialzava, avvicinò i polsi e mimò lo sbocciare di un fiore. Emanava un odore inebriante, la sua sola vicinanza scacciò in me ogni desiderio terreno, tranne quella pulsione erotica che, ahimè! Non poteva non appartenere anche alle creature angeliche.
Danzai, non posso dire con esattezza quanto, ma ho la certezza assoluta che passarono delle ore. I miei sensi erano diventati acutissimi, la mia vista, però, era concentrata su quelle iridi color del miele, perfetti nella loro più intima essenza: la dama mi sussurrava parole di piacere sì che la durezza rude dei miei pensieri trasportati dal sangue lontano dagli occhi e dal cuore, dava vita ad immagini fantasiose fatte di gemiti e fremiti, di danze e di passioni protetti da coperte di seta purpurea. Le sue parole, tuttavia, non furon le uniche che udii. Nella sala vi erano dialoghi continui il cui tema dominante era la perversione o la depravazione ma non mancavano cortesi dispute sull’arte moderna, che in qualche modo arricchivano culturalmente l’uditore. Arte e sesso: sembrava che in quella stanza fossero racchiuse le sole ragioni di vita dell’umana stirpe.
Fui attratto spasmodicamente da due parole, che iniziai a sentire verso l’inizio delle danze, mentre la “dama del loto” – così avrei scritto a Pierre di aver soprannominato quell’incantevole creatura – mi mordeva il lobo dell’orecchio sino a far sgorgare una goccia di sangue che lenta scivolava giù per il collo: soleil levant. La fonetica di quelle due parole e il suono liquido causato dall’allitterazione di consonanti labiali, me ne rendeva particolarmente gradito l’ascolto.
I miei desideri purpurei vennero presto esauditi, anche se bene non compresi gli attimi che precedettero il rosso della seta. Mi risvegliai in un letto, che non era il mio, ed era notte, ma non avrei saputo dire di che giorno. I morsi della fame eran diventati un’esigenza violenta così come il bisogno di erba. Rimpiangevo quei momenti di abbandono carnale perché i bassi istinti terreni si erano dissolti fino a permettere al mio corpo di trascendere lo stato materiale e assurgere a volontà assoluta.
Ora però ero solo, in un luogo che non conoscevo. Molte volte ero finito in stanze non mie dopo esser stato in preda al delirio derivante dai miei abusi. In qualche modo, tuttavia, quella stanza mi faceva sentire nudo. Provai a rivestirmi per ovviare a questa strana sensazione. Trovai la penna e la carta, provai a descriverla a Pierre ma mi resi conto che la luce non era sufficiente per scrivere. Trovai anche degli oppiacei, che misero a tacere almeno uno degli istinti che in quel momento dominavano i miei movimenti. I miei istinti sì! Non i miei pensieri: quelli erano pervasi esclusivamente da una sensazione di delirante terrore. In quella stanza vi era una sola finestra con sbarre metalliche bloccata da travi di legno e coperta da tende anch’esse decorate alla maniera dei fenici. Sarei stato completamente avvolto dall’oscurità se non fosse stato per i flebili raggi di luce lunare che penetravano tra le travi di legno della finestra e si proiettavano sulla porta. Era costruita in legno scuro, rifinita con un sottile rilievo su cui era possibile distinguere perfettamente due figure, un angelo nella metà inferiore della porta, capovolto, e una creatura demoniaca dalle ali di pipistrello nella metà superiore: il pomello era argentato così come i meccanismi laterali. Tra i flebili raggi di luce che penetravano nella stanza, potevo vedere i granelli di polvere danzare come un piccolo universo a sé stante: la mia mano vi passo attraverso; chissà quante vite avrei stroncato se fossi stato Dio. Ma mentre quel conato di onnipotenza si appropriava della mia mente, nuovamente l’attenzione si rivolse alla porta: l’angolazione dei raggi aveva illuminato proprio gli occhi delle due creature di derivazione divina. “Un sorriso contorto penso mi sia comparso sul viso, la mia mente mi stava giocando un orrendo scherzo, perpetuato, oltretutto, nella più totale consapevolezza della natura intrinseca dello stesso”, avrei voluto scrivere a Pierre, ma la fioca luce della luna si avversava ai miei intenti.
Decisi di uscire da quella stanza. Andai verso la evocativa porta posta tra le tenebre e ne girai l’argenteo pomello che brillava di luce non propria. Sentii il metallico scorrere dei meccanismi della serratura inficiare il silenzio che la notte raccoglie con sé sussurrando delle intangibili parole di prigionia. Ebbi l’impressione che, mentre spingevo la porta, un’oscurità più densa, materiale e pesante inghiottisse quella già spettrale della stanza, portandomi ad un passo dalla comprensione dell’essenza del vuoto. Lo spazio sembrava ormai tramontato; possedevo un orologio da tasca ma in quelle ombre non avrei mai potuto sapere se il tempo si era realmente fermato. Volevo muovermi verso una direzione, deambulai, cieco, in un mondo di tenebre che la mia vista probabilmente avrebbe distorto in preda ai deliri della fame e dell’intossicazione. Chiusi gli occhi per tre volte, mi ritrovai ancora lì. Mossi un passo alla mia sinistra, non vi era alcun appoggio, barcollai, stavo davvero finendo nel vuoto dell’ovunque? Ero destinato infine a perdermi nell’oscurità? Il mio piede raggiunse un appoggio solido, così mossi un altro passo in quella direzione. Ancora il vuoto e ancora subito dopo una base materiale. Continuai in quell’assurda pantomima, nel terrore di star scendendo nei più reconditi abissi della mia immaginazione, ogni passo era il frutto di una scelta irrazionale nata dal bisogno di moto nell’assoluta staticità delle tenebre in cui giacevo.
Intravidi una luce rossastra che appariva come il frutto di un incubo primordiale, dotata di una bellezza superata solo dalla contingenza dei miei bisogni. Ero diventato una pianta, mi muovevo verso la luce restando immobile nelle radici, sporsi il corpo in avanti ma le radici non ressero e fui catapultato verso il basso. Al chiarore di candele quasi consumate, vidi dietro di me i tratti di quelli che dovevano essere i gradini di una scala che avevo percorso in maniera del tutto inconsapevole. A stento riuscivo a distinguere le fiaccole, tutto intorno a me sembrava sfocato e privo di contorni. Vicino al fianco sinistro percepivo una sensazione bagnata e appiccicosa, stavo forse perdendo sangue? Sentivo la macchia estendersi velocemente ma avevo il terrore di guardare verso il basso. Provai l’orrenda sensazione di un singulto che si blocca nella laringe, lo spinsi, con forza, giù per la gola e guardai. Vidi che una minacciosa macchia nera si stava appropriando della mia camicia, così come l’irrazionale ipotesi che l’oscurità stesse reclamando il mio corpo, minacciava la mia mente ormai vacillante. Toccai quella ferita delle ombre e capii che la penna che portavo con me si era frantumata versando tutto l’inchiostro che residuava sui miei indumenti. Tra le immagini sfocate, un nastro bianco posato sul pavimento attirò la mia attenzione, buttai ciò che restava della penna e lo raccolsi.
Ora stavo camminando lungo un corridoio di pietra illuminato dalle candele di cera, giunsi in una sala decorata con arazzi viola che era completamente vuota. Sulla parete di fronte a me tuttavia, vi era un’incisione che recitava Chopin Barcarole Fa# op. 60 con due piccole aperture circolari, sopra le quali erano scolpiti in rilievo i simboli dell’addizione e della sottrazione.
Osservando bene la forma delle incavature, rilevai che era possibile inserirvi il nastro bianco. Provai nell’incavatura con la croce, nulla accadde. Quando inserii il nastro nell’incavatura con il simbolo della sottrazione, la parete aperta, dalla quale ero entrato, si chiuse con estrema violenza, e la parete alla mia sinistra si squarciò, lasciando intravedere un ulteriore corridoio di pietra. Il suono di un carillon iniziò a riprodurre la stessa canzone che mi aveva trasportato all’ingresso della sala da ballo. Visualizzai per un istante la figura della dama, dove poteva trovarsi ora? Come aveva potuto condurmi in un posto del genere? La avrei più rivista? Mentre la mia mente cercava risposte a domande mai poste riuscii a distinguere distintamente i rumori di un meccanismo. Un istante prima che un enorme blocco di pietra ponesse fine alla mia esistenza, i miei piedi si arrestarono e un agglomerato di polveri salì su dal pavimento. Presi il fazzoletto di stoffa che avevo con me e lo misi davanti alla bocca, ma non feci in tempo ad impedire completamente al mio naso di inalare parte di quel pulviscolo. Dovetti tossire e un dolore lacerante sembrò squarciarmi il petto dall’interno bloccandomi il respiro per alcuni secondi. Ancora ansimante superai la trappola e proseguii nel corridoio. Dopo alcuni minuti, di cui ebbi contezza solo perché iniziai a guardare compulsivamente l’orologio, sentii scemare la melodia generata dal carillon. Varcai un arco oltre il quale si trovava una stanza in cui vi erano candelabri, arazzi, alcuni tappeti, mobili d’indubbio valore e altri oggetti finemente lavorati. C’era un pianoforte a coda, di puro artigianato italiano, coperto da un sottile strato di polvere, appoggiato ad una parete decorata con maschere di ogni forma e colore. Finalmente vidi il sole sorgere, guardai l’orologio ed erano quasi le cinque. Non era possibile! Il sole non poteva sorgere così presto, l’immagine sfocata dell’astro che nasceva oltre quella finestra doveva essere un’illusione, una stregoneria, un non ultimo dispetto della mia mente allo stremo. Guardai la finestra più da vicino, l’immagine era statica e non emetteva luce, non riuscivo a distinguerne perfettamente i contorni ma questo non dipendeva che in parte dalla mia mente logorata. Era un dipinto, assai inconsueto a dire il vero: rappresentava di certo l’alba, nonostante i colori ricordassero più un paesaggio all’imbrunire. La luce del sole si rifletteva nell’acqua ma i tratti erano surreali, come se il pittore avesse voluto rappresentare le mie emozioni al sorgere del sole, mentre camminavo in riva alla Senna, nel più totale stato di assuefazione a chissà quale erba esotica; percezioni sottilissime, appartenenti solo agli spiriti più sensibili, o a quelli posseduti da un Daemonium creativo superiore, per nascita o per derivazione. Non vi era un reale soggetto: il sole, per quanto in posizione centrale nell’opera, non aveva un ruolo rilevante sì che il quadro sarebbe potuto esistere anche laddove fosse mancato. Tutto il tratto appariva come frutto di un unico, incontrastato flusso creativo e immaginifico, ogni pennellata suscitava sensazioni oniriche vicine a forme di trascendenza spirituale. V’era anche una piccola imbarcazione fatta sostanzialmente di ombre e incastrata in un vibrante contrasto di colori che si palesava quale unico strumento tramite cui era possibile interpretare il messaggio del pittore. Rimasi catturato nella trama della tela fino a quando non notai un piccolo messaggio posto al di sotto del dipinto che recitava: reflète la réalité des images et desmots, pour l’atteindre, vous devez nommer un nom . “Le mie risate fragorose invasero la cupa stanza, stavo guardando me stesso impazzire, ma nel delirio di quell’essere che osservavo attraverso i suoi stessi occhi vidi un barlume di razionalità: si fermò un istante e poi disse «soleil levant».” Scrissi a Pierre non appena giunsi nella mia dimora su quel foglio di carta che avevo portato con me fin da quando la avevo lasciata. Le mie parole azionarono qualche sorta di ingranaggio meccanico che fece discendere una scala dal soffitto. Salii lungo i gradini e mi ritrovai poco lontano da quel ponte sull’affluente della Senna vicino alla mia abitazione. L’alba mi appariva adesso proprio come nel dipinto, ed io non ero nulla più che un’ombra posta in un contesto fluido e itinerante. Sulla sponda opposta l’elegante pittore era seduto di fronte alla sua tela. Di rimpetto a lui, sulla mia sponda del fiume, una donna dalla pelle candida come il latte, avvolta in un abito rosa, mi stava guardando e sorrideva.

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