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Il giorno che le nuvole toccarono il suolo | Stefano Luchetta

Il giorno che le nuvole toccarono il suolo

ascese, dal grigio di nebbie condominiali,

una pioggia di detriti umani senza sonno.

Prigioni prive di strade formano labirinti

ammorbiditi da saponi al muschio bianco,

cieche come palazzi, si muovono le ombre

private dei quartieri e dell’orientamento.

Nei caffè servono integratori di vitamine

in compresse da sciogliere sotto la lingua,

i bugiardini dissimulano effetti indesiderati

e i medici sconsigliano di bere cappuccino.

L’amore ha reso le rose sature di spine,

tra i battiti cardiaci scanditi dalle tastiere

si sintetizzano silenzi combinando simboli,

non resta più nulla da dire o da ascoltare.

Aspetto che s’abbattano tempeste tropicali

sulle isole pedonali, lungo le correnti di auto

e boccheggio come un pesce fuor d’acqua,

come se una mano fosse entrata dalla gola

e dalla carotide m’estirpasse il diaframma.

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