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La mia Parigi | Matteo Mazza

Parigi è una fiaba per corrotti. È sottile il filo di ragno che la lega al mio mondo. Il mio giaciglio è al settimo piano di un palazzo dove i rinnegati si ammassano non salutandosi nemmeno. Parigi è un fosso nel quale i cadaveri danzano nella polvere del giorno. Dalla mia finestra il cielo spaventa, nell’illusione che possa inghiottirti nel suo orchestrare di nubi. Ieri mi hai detto che mi ami e che credevi di non saperlo più fare. Era quasi il tramonto ed io ciarlavo versi a te dedicati, ma son troppe le notti alle quali sono rimasto impiccato. Me ne esco che i tuoi occhi sono ancora socchiusi. La metro è un serpente che si riempie le fauci di profumi di donna. Il mattino è fiore che giace nel cimitero dei vinti; come dolce veleno si insinua negli occhi smarriti di sempre. La senna si fa di granito. Bevo del vino da un euro. Nei pressi del suo ventre la sua danza incessante compone melodie. La mia mente se ne muore fra i fumi dell’alcol e nella tempesta dei sensi. Sono le 10, più o meno, che mi ritrovo a Pigalle, dove di giorno puoi trovare orde di derelitti e falliti. Compro dell’altro vino e le mie membra soffici si adagiano su una panchina. Si avvicina una donna e mi chiede dei soldi. Riconosco un accento che non mi sembra francese. «Sono russa», mi dice, «russa di Volgograd». Mi fermo a pensare un attimo a come sia strano il viaggio e per quali oscuri motivi ella possa trovarsi praticamente dall’altra parte del mondo nella città degli sconfitti. Non abbiamo ancora finito di parlare che mi chiede se voglio fare l’amore. Metto la mano in tasca per capire quanti soldi ho, la truffa dell’altra volta ha reso bene. Penso che la galera non sarebbe peggiore di queste sbarre di vento. Torno in me e lei mi osserva. Ha negli occhi la tundra, ha capelli fatti di vaniglia. Nevi dell’Est i suoi seni che scoppiano nella camicetta. Le guardo il culo e il suo viso ha il taglio del diamante, ma del taglio più puro. La prendo per mano, andiamo alle spiagge; le dico, lei accetta e a me si accompagna. Arriviamo che la Senna è d’argento; sotto un albero una ragazza legge Maupassant. C’è una barca bianca sul ciglio. Penso che l’amore sia in realtà una truffa dei padroni per fottere il povero. La trascino dietro alla barca coi miei sogni da pazzo già seppelliti. La mia mente rinnega ogni cosa, lei si toglie la camicia in un eccesso che sa di tenerezza. Monti innevati si mostrano a me. Abbevero le mie labbra in quelle risacche di latte; nei miei pensieri è una mamma di carta. La mia mano le apre i pantaloni; le squarcio il ventre come tuono squarcia le nubi. Giace inerme mentre la mia verga si insinua in lei come corsa di cavalli ammattiti. Ho voglia della sua bocca che si fa carne maciullata al mio spingere estremo; non vengo ancora, la sposto in avanti mi faccio spazio fra le sue natiche con due colpi di lingua; lei geme arrossisce e muore ansimante nel sole di un nuovo mezzogiorno. Devo schizzare, mi dico, la riprendo che ha cambiato colore. Credo per un attimo che la poesia sia perversione. Le vengo in bocca che il suo alito di bacca si è fatto vodka. Penso che la vita valga meno dei 20 euro che le ho dato. Le colgo un fiore, la ringrazio e torno da te.

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