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La ricerca dell’identità nazionale nelle raccolte di fiabe di Calvino e Yeats | Stefano Luchetta

L’obiettivo di questo lavoro è evidenziare come l’attività di ricerca e di sistematizzazione della tradizione popolare e fiabesca svolta da I. Calvino e W. B. Yeats rifletta in maniera cristallina la diversa natura dell’identità nazionale Irlandese e Italiana.

Le opere dei due autori appartengono a periodi letterari e a contesti storici distinti. Calvino è uno scrittore del 900’ inoltrato, esponente della resistenza italiana e della lotta partigiana. Le sue opere sono legate al genere fantastico e trasudano un lucido intento allegorico-simbolico. L’attività letteraria di Yeats, invece, si sviluppa tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX: lo scrittore irlandese, decisamente più vicino al mondo lirico che a quello narrativo, subisce l’influenza del simbolismo francese e le sue opere sono cariche di misticismo e spiritualismo.

Nonostante questa distanza storica e geografica, un elemento accomuna i due scrittori: l’interesse per la letteratura popolare e in particolare per le fiabe.

Dietro la costruzione di raccolte popolari di fiabe vi è sempre una motivazione. Per i Grimm – per usare le parole dello stesso Calvino – “era lo scoprire i frantumi di un’antica religione della razza, custodita dai volgi” da far risorgere nel giorno glorioso della cacciata di Napoleone.

Come specificato dallo stesso Calvino, la sua opera nasce da una “esigenza editoriale” di pubblicare “accanto ai grandi libri di fiabe popolari straniere una raccolta italiana”. Difatti non era ancora sorto un “Grimm Italiano”, pur in presenza di eterogenei tentativi di raccolte di fiabe dettate dal volgo in contesti di tipo locale.

Ed è a queste raccolte che Calvino si avvicina, volgendo lo sguardo verso “materiale già raccolto, pubblicato in raccolte e riviste specializzate, oppure reperibile in manoscritti inediti di musei e biblioteche”. Calvino asserisce, nella prefazione a “Fiabe italiane raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino”, che il suo obiettivo è quello di “rappresentare tutti i tipi di fiaba di cui è documentata l’esistenza nei dialetti italiani” e “rappresentare tutte le regioni italiane”. Nel testo dell’autore italiano sono presenti, infatti, oltre 200 fiabe provenienti dalle diverse parti d’Italia.

Calvino, in effetti, come è possibile intuire già dal titolo del volume, compie un’opera strutturata su due piani: da un lato la raccolta, dall’altro la trascrizione delle fiabe.

L’attività di trascrizione si manifesta diversamente tra una fiaba e l’altra. Di tanto in tanto l’autore italiano interviene direttamente sulla vicenda, apportando alcune modifiche contenutistiche. Ad esempio nella fiaba “Giovannin senza paura” l’autore italiano osserva di aver inserito “la sparizione dell’uomo a pezzo a pezzo” per creare una “simmetria con l’apparizione”. Non tutte le storie presenti nell’opera, però, subiscono l’attività di rielaborazione dell’autore.

Esistono, infatti, fiabe che lo scrittore si limita a trasporre dal dialetto all’italiano, preservandone la genuinità. Questa è sicuramente l’attività principale che Calvino ha svolto nella stesura delle “Fiabe Italiane”. L’autore sceglie quindi di “tener tutto sul piano di un italiano mai troppo personale e mai troppo sbiadito, che per quanto possibile affondi le sue radici nel dialetto”.

Inoltre, lo scrittore di Santiago de Las Vegas ammette, nella sua prefazione alla raccolta, di aver smorzato alcune cariche troppo forti, truculente o scurrili che talvolta, stante l’origine orale delle narrazioni, permanevano nella tradizione che certamente assumeva funzioni sociali e pedagogiche. Tali incidenze, però, mal si legavano all’opportunità che le “fiabe italiane” fossero lette anche da bambini.

L’opera è strutturata per aree geografiche, ma alcune regioni d’Italia, in particolare Sicilia e Toscana possedevano un più ricco repertorio a differenza di altre, come ad esempio la Val d’Aosta. Calvino specifica che nella sistematizzazione delle fiabe ha cercato di rappresentare tutta l’Italia e in presenza di diverse versioni si doveva preferire quella più vivida o effettuare un’integrazione. Yeats, per sua fortuna, non si è imbattuto nelle difficoltà che ha incontrato Calvino. La struttura dell’opera dell’autore irlandese manifesta la minore frammentarietà della tradizione dell’isola, difatti, le fiabe di Yeats non sono organizzate per luoghi, ma per “incontri”: il lettore incontrerà le sezioni dei folletti, quelle dei cadaveri, degli spettri e molte altre. L’autore irlandese compie una attività molto diversa da quella di Calvino e, in effetti, non si pone l’obiettivo dell’uniformazione del linguaggio raccogliendo soprattutto quanto altri autori avevano già trascritto, limitandosi talvolta a tradurre e rielaborare, senza intervenire direttamente nelle vicende. A tale approccio, tuttavia, consegue l’emergere di differenze di “forma” tra una fiaba e l’altra.

Prendiamo due storie specifiche: “Teig O’Kane e il cadavere” e “la storia di Conn-Eda”. Il primo è un racconto basato su un ragazzo che dalla vita aveva tutto grazie alle ricchezze del padre che è costretto a vivere una solitaria disavventura notturna alla ricerca di un posto dove seppellire un cadavere, in una sorta di percorso di redenzione dalle sua trasandata precedente vita; l’altro invece è il racconto mitizzato della creazione di una delle più floride regioni irlandesi, il Connacht, caratterizzato dall’eroismo del suo protagonista connotato da uno spirito sensibile e generoso. I due racconti si differenziano, altresì, per eterogeneità dei personaggi. Nel suo cammino, Teig O’Kanene incontra pochi che si confondono con un’ulteriore moltitudine e che non hanno una loro caratterizzazione. Si parla di spettri, cadaveri, piccolo popolo, ma mai di personaggi con un nome e un cognome, perfino la ragazza che il protagonista avrebbe dovuto sposare non viene mai nominata, identificandosi solo come una “ragazza del vicinato”. Conn-Eda, invece, incontra personaggi specifici, molto caratterizzati, ognuno con una propria personalità, un proprio interesse che non sono meri rappresentanti di una massa indistinta e indistinguibile. Talvolta, l’incedere poietico di Yeats non è diretto, vi è un narratore immerso nel racconto: “Martin era, quando lo vidi, un uomo magro pallido dall’aspetto malaticcio…” (da “Frank Martin e i folletti”).

Il folklore irlandese si colora di personaggi ricorrenti che risentono della commistione avvenuta tra le creature del “piccolo popolo” (gnomi, folletti, banshee ecc…), di origine marcatamente celtica, con figure apologetiche della cristianità quali santi e diavoli (per riprendere le parole che lo stesso Calvino ha usato su Yeats nel suo saggio “Sulla Fiaba”). Tale incontro, tuttavia, evidenzia l’uniforme identità nazionale del folklore irlandese, che la letteratura italiana popolare non possiede. Le fiabe di Calvino presentano personaggi e situazioni sempre diversi con pochissime figure ricorrenti anche in contesti geografici relativamente molto vicini. L’autore italiano, infatti, spiega come il mondo germanico ha influenzato le zone più settentrionali d’Italia, ove si incontrano alcuni “tipi” che è possibile incontrare anche nelle fiabe dei Grimm mentre nel sud vi è stata una forte influenza del mondo arabo e orientale e ancora che i “tipi” di più larga fortuna nascono dai cantari Toscani, o da influenze francesi.

Il fondo fiabistico italiano è variegato, limpido e ricco ma non uniforme. Come altri autori dell’epoca, attraverso la sua opera, Calvino ha cercato di trovare un’identità italiana per dare all’Italia una raccolta di fiabe e mostrare la fervida presenza di una tradizione che nulla ha da invidiare al vicino folklore mitteleuropeo. Ma se era necessario cercare questa identità, evidentemente tale elemento non era presente, e verrebbe da domandarsi se nonostante lo sforzo di questi autori, essa sia stata effettivamente trovata.

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