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L’anima nella pancia a primavera | Francesco Principe

Giungendo al cancello noti subito l’aria gotica che spesso ammanta i palazzi concepiti con gusto razionalista ma abbandonati alla furia artistica degli elementi. Ove in origine erano solo superfici piane, lisce, omogenee e pulite, decenni di scoli, sudiciume, cacca d’uccello e incuria avevano dipinto tutta una gamma di chiaroscuri in un dagherrotipo di archi e pinnacoli. Posti come questo hanno un’atmosfera triste. Posti come questo sanno di vita vissuta. Quindi di vita passata.

Immagini giochi di bambini, il chiasso, le risate, la palla che rompe una finestra e il berciare del litigio conseguente, l’abbaiare delle cagnetta al terzo piano, il bacio impacciato di due adolescenti rubato sul pianerottolo, gelosie e piatti che volano, feste sino a tardi con la signora che batte sul soffitto usando un manico di scopa, lo scompiglio di interminabili riunioni di condominio in cui non ci si mette mai d’accordo su niente. Lo immagini. Bene. È tutto passato. Ora solo il silenzio. Qualcuno è andato via, qualcuno è morto. Rimangono i vecchi e qualche pianta ad appassire sui balconi. I giorni sempre uguali diluiscono la memoria. Forse è sempre stato così.

Forse ogni luogo è proprio come questo simulacro di vita in attesa del trapasso.

Quando l’ultimo ricordo sta per cedere all’oblio.

Tutto cambia. Di botto. Senza chiedere permesso.

Nadia arrivò su un furgone dei traslochi dalla marmitta scoppiettante.

Sembrava di essere a quelle processioni di paese dove tirano i petardi dietro alla Madonna.

Poi due signori attempati, ma comunque ancora nel pieno delle forze, cominciarono a vociare per le scale trascinando la credenza, le sedie, il tavolo e altra mobilia un po’ male in arnese.

Già da lì potevi capire parecchio. Non c’erano due sedie uguali. Tavolo e credenza scompagnati.

Pure il letto verniciato a fiori.

Ma chi era questa?

-Deve essere la figlia della Viola- disse Patrizia a Maria, che le abitava sotto, rompendo un silenzio di anni in cui aveva fatto finta di non vederla, quando si incontravano nelle scale, per la coerenza imposta da una vecchio litigio che ormai avevano pure dimenticato.

-Seeeeh… la Viola. Quella pazza se ne è ha andata venti anni fa. Mo che ci fa qui sua figlia? No, deve essere qualcun altro. Niente a che fare… Eppoi la Viola non aveva figli.-

Tanto Patrizia che Maria avevano torto. O almeno avevano in parte torto. Quella non era la figlia della Viola ma sua nipote. Si chiamava Nadia. Direte voi: “come ha fatto questa Viola a generare in venti anni una figlia che, a sua volta, abbia avuto addirittura il tempo di mettere al mondo pure una nipote in età da viver sola?” Beh. Non è che della Viola si sapesse proprio tutto. Né della sua vita prima che trascorresse cinque anni assai infelici in quel condominio né dei venti anni seguenti. Alcune cose le taceremo. Fatto sta che era proprio così. Era sua nipote. La casa della Viola ora era abitata da lei. Fatevene una ragione.

Già il giorno appresso cominciò un po’ di trambusto. Nadia amava la musica. Non canzoncine neomolodiche a basso volume. Quelle le sembravano il ronzio del trapano dentale.

Amava il glam rock vecchio stile, fatto di lunghi e velocissimi assoli di chitarra elettrica e cantanti dalla chioma cotonata che urlano in falsetto. E non è roba che puoi sentire ammodino. La pompi a tutto volume. Deve spaccare i timpani.

Ad onor del vero posso dire che quella mattina fosse possibile discutere, e con piena cognizione, della musica ascoltata da Nadia anche due piani sopra e due piani sotto il suo appartamento.

Persino Mario, duro di orecchie tanto da doverti sgolare per salutarlo, aveva di che lamentarsi.

-Se il buon giorno si vede dal mattino…- disse, anzi urlò, a se stesso. Era ormai solo da tanto e parlava, come fanno in tanti, per non dimenticare il suono della voce umana.

Nadia intanto stava spostando i mobili definendo lo spazio del suo nuovo universo.

Com’è e come non è passò tutta la giornata. Sino a sera.

Il sole tramontò e aveva paura. Ne succedevano di cose in quel quartiere di notte.

Una volta c’erano i meridionali venuti per le fabbriche. All’inizio non li volevano intorno. Ma poi tutti cominciarono a capire che erano brave persone, stavano solo combattendo la fame. Non facevano male a nessuno.

Il quartiere era sicuro, magari da ragazza ti fischiavano un po’ dietro, ma tutto finiva lì.

Altri tempi. Ora succedevano brutte cose.

Lei se ne era sposato pure uno calabrese. Un matrimonio lungo e felice. Senza figli ma felice. Ora portava il nero da tanto tempo come facevano dalle parti del marito, lei meridionale non era ma lo era stato l’amore della sua vita.

Meritava rispetto anche dopo morto. Forse era diventata un po’ meridionale pure lei, ormai.

-Ahhh se ci fosse ancora il mio Nando queste sporte non me le farebbe mica portare. Le porterebbe lui canticchiandomi davanti. Mi trattava da reggina il mio Nando.-

Sentì una lacrima che trattenne tirando su con il naso.

Quando Chiara passò il portone, traballante per il peso delle sporte e dei suoi anni, tre figure la fecero trasalire.

Due ragazzi e una ragazza, capelli lunghissimi e una cresta verde.

Il cuore le saltò in gola e cominciò a traballare tutta.

«Ecco» pensò. «Ora mi ammazzano».

Subito i tre ragazzi corsero nella sua direzione. Lei chiuse gli occhi.

-Signora, sta bene? Tu che aspetti? Prendi le buste che pesano!-

Mani forti la afferrarono con dolcezza.

-Signora, dobbiamo chiamare qualcuno? A chi citofoniamo? Mi sente? Oddio. –

Chiara aprì un occhio solo, lentamente.

Tre facce preoccupatissime la stavano guardando.

-Si riprende. Si riprende.-

-Troppo  pesanti queste buste per lei. Ma non lo ha un nipote?-

-Ci dica dove deve andare, la aiutiamo noi.-

Chiara aprì anche l’altro occhio. -Teeerzoo piano.- Disse con un filo di voce.

-Sta sopra Nadia. Ecco, chiamiamo Nadia.- Dissero due salendo, una busta ciascuno.

-Saliamo piano, signora, non c’è fretta. Si tenga al passamano. Manco un ascensore avete in questo palazzo. Piano, piano, la reggo io. Un passo alla volta, non ci insegue nessuno.- Fece il ragazzo con la cresta verde, aveva pure un grosso anello al naso.

Una ragazza con una lunga gonna a fiori scese in fretta le scale con un bicchiere d’acqua.

Uno dei ragazzi la seguiva con una sedia.

-Scemo. Perché la hai fatta muovere? Si sieda signora, un sorso d’acqua e passa tutto.-

Chiara bevve due sorsi, si sedette e disse: -Non è niente. Adesso sto bene, è stato solo un momento.-

-Magari la portiamo in ospedale per un controllino. La macchina è in cortile.- fece il ragazzo con la saetta tatuata sotto un occhio e i capelli corvini lunghi sino alla vita.

-Mio fratello fa l’infermiere, saltiamo la fila…”

-Ma no, sto bene ora.- li guardò e sorrise, non ricordava l’ultima volta in cui qualcuno le aveva chiesto come stava.

-Brava la signora, generazione tosta la loro. Mica noi già mezzi rotti a venti anni.- Esordì il ragazzo di colore con i dread, una lieve carezza con la mano inanellata.

Il giorno dopo la gonna a fiori era in cortile. Aveva montato il cavalletto e stava disponendo colori, tele, pennelli.

Ai piedi scritto su un cartone: “Ritratti gratis per tutti”.

-Ma che fa?- Mario fu il primo a lamentarsi.

 -Prima la musica e ‘sti strambi che vanno e vengono a tutte le ore, adesso queste trovate. E’ finita la pace. Qualcuno deve dirglielo che non si può. Il cortile è di tutti. Magari gli cade il pennello e macchia le mattonelle.-

Un piccolo crocchio intorno a lui. Si propose di chiamare l’amministratore.

-Chi è l’amministratore?-

E chi lo sa? Non facevano una riunione di condominio da un secolo.

-Ci sarà un regolamento da qualche parte.- Diceva uno di loro.

Chiara scese le scale, passò fra gli altri condomini senza badare a loro e andò a sedersi sulla sedia di fronte al cavalletto. Nadia e Chiara si sorrisero e, senza dire una parola, Chiara cominciò a dipingere. Ogni tanto le due si scambiavano uno sguardo e un sorriso. A dire il vero a Chiara veniva proprio da ridere, si sentiva una diva. Nessuno le aveva mai fatto un ritratto prima.

Piano piano gli altri si avvicinarono per sbirciare, facendo finta di parlare fra loro.

-Però è brava- disse Maria. -Ma la sta facendo troppo bella. Mica è così la Chiara, le toglie venti anni.-

-Se toglie venti anni pure a me il ritratto lo faccio pure io.- Disse Patrizia ridendo.

Proprio mentre Patrizia prendeva posto sulla sedia arrivarono gli amici di Nadia, quelli del giorno prima.

Scesero dalla macchina come fanno i giovani, movimento fluido e un turbinio di capelli al vento. Si misero a far complimenti a Nadia e a Chiara.

-Brava Nadia. Ma guarda la signora come viene bene in ritratto- diceva il ragazzo con i dread. -Sembra una modella.-

-Non distraete la pittrice.- fece Patrizia, un po’ gelosa per il fatto che nessuno riservasse a lei le attenzioni che meritava. In gioventù, lei si, era stata reginetta di bellezza.

-Sissignora- Dissero i ragazzi ridendo. Il giovane con i dread tirò fuori dalla macchina un bongo e si mise a gambe incrociate accanto a Nadia, poi il ragazzo della saetta tolse una chitarra dal bagagliaio. Quella che stava con loro cantava proprio bene. Non è che capissero le canzoni in inglese. Ma cantava bene.

Tutti si fecero fare ritratti. Erano un dono di Nadia per il vicinato. Così diceva lei.

Qualcuno convinse persino Mario, con la scusa di una scommessa, a battere sul bongo.

Un sacco di risate perché Mario non riusciva proprio ad andare a tempo. Rideva pure lui. Nessuno ricordava più come fosse una risata di Mario. Beh, era fragorosa e con il risucchio finale. Forse non se la ricordava neanche lui perché al primo risucchio parve lui stesso un po’ sconcertato.

Non si vedeva tanta vita in quel posto da un miliardo di anni. Nessuno parlò più di amministratori e regolamento. Nessuno notò le macchie di vernice sulle mattonelle. Era calata la sera ma stavano tutti lì a chiacchierare ascoltando canzoni. La cantante si schiarì la voce.

-Si è fatto tardi. Io domani attacco presto a lavoro.-

L’incanto si infranse nel silenzio.

Nadia guardò in giro e vide un mucchio di facce tristi. Disse: -Magari lo rifacciamo, ok?-

Maria, prima che qualcuno potesse aprir bocca esplose: -Io faccio la spaghettata piccante con l’aglio. La sentirete, la prossima volta, non la faccio da un po’ ma una volta me la chiedevano quando si faceva qualcosa… io allora faccio la spaghettata.-

-Allora io porto il vino di mio figlio, io non lo bevo per la pressione ma è buono, ne ho tanto che si spreca.- Fece Chiara un secondo dopo.

I ragazzi sorrisero.

-Venerdì?-

-Venerdì.-

Mario tolse dalla naftalina la giacca buona che aveva preparato per il funerale, gli andava ancora, per fortuna, non la provava da anni. Avrebbe fatto la sua figura.

Patrizia e Maria vennero quasi alle mani dal verduraio per decidere quale fosse il ritratto venuto meglio. Poi però si guardarono e scoppiarono in una risata.

-A venerdì.-

-A venerdì. Per te doppio pepe negli spaghetti.-

Sapete una cosa? Adesso tutti nel palazzo non facevano altro che contare i giorni che li separavano dal venerdì. Patrizia si mise a rovistare in soffitta, trovò e tirò a lucido un vecchio barbecue coperto da un dito di polvere, perché si sa, con la spaghettata ci vogliono le salsicce.

Per inciso, ne mancavano cinque di giorni.

Al terzo giorno d’attesa, di nuovo, per la seconda volta in una settimana, accade qualcosa di inaspettato. Senza chiedere permesso, un’altra volta.

Non si erano mai visti i carabinieri nel palazzo. La volante parcheggiata con il lampeggiante acceso.

-Ma come, Nadia non sapeva che era una nuda proprietà?-

-Ma che vuol dire?-

-Che sino a quando il proprietario non muore la casa rimane tua, poi se la prende chi ha pagato.-

-Chi?-

-Un  mutuo pare. Vecchi debiti. C’è di mezzo una banca. La Viola non ci stava più con la testa, proprio non capiva più niente, Nadia la accudiva, quando è morta è dovuta andar via perché erano in affitto e c’era già lo sfratto esecutivo.-

-Ma tu queste cose come le sai?-

-Nadia piangeva in macchina, quello con le treccine del tamburello forse è il suo ragazzo, la teneva abbracciata, diceva che non sa dove andare, che su questa casa ci contava. Facevo finta di dar acqua ai gerani ma sentivo tutto.-

La festa era saltata.

Proprio la mattina di venerdì arrivò di nuovo il furgone dei traslochi. Ora l’atmosfera era meno gioiosa. Avevano aggiustato pure la marmitta.

I condomini stavano in cortile parlottando fra loro.

-Ma quando arriva?-

-Adesso arriva, me lo hanno assicurato.-

Intanto i due dei traslochi imballavano le cose sul pianerottolo.

Dicevano che avrebbero fatto prima a lasciarle nel furgone. Uno di loro sentenziò qualcosa sulle banche e sputò a terra. Evidentemente lo sapevano. Sembravano stanchi e più tristi del solito pure loro.

Era tutto già sul furgone quando arrivò un avvocato e un notaio. Lo capisci subito che fanno questi mestieri senza neanche dirlo, se li portano addosso.

-Nadia De Sanctis? Legga e firmi qui. Tripla copia, una rimane a me, una a lei e l’altra va alla banca. Legga bene sino in fondo. Abbiamo avuto precise disposizioni dalla banca. Deve confermarci di aver capito ogni parola.-

Il viso di Nadia cambiò espressione diverse volte mentre leggeva. Intanto gli altri condomini ridacchiavano.

La cosa andò un po’ per le lunghe e furono necessarie parecchie spiegazioni.

Uscì fuori che quelli erano documenti per l’estinzione di ogni debito, che alcuni signori si erano recati in banca il giorno appresso a quello della notifica e avevano firmato tonnellate di carte e garanzie. Che di fatto ora la casa apparteneva a loro e loro ne avevano disposto congiuntamente l’usufrutto per l’attuale occupante. Voleva dire che lei poteva rimanere. Si. Una cosa del genere non era mai successa a quel notaio. Ci volevano mesi per una cosa del genere. Non giorni. Pare che qualcuno avesse scomodato pure il vicesindaco. No, le identità non potevano essere rivelate e lui non le conosceva.

-Deve essere stata una cosa fatta di pancia, non con la testa- disse l’avvocato.

-Non ha senso. Sarà  la primavera, quando torna fa impazzire un po’ tutti.-

Nessuno disse nulla ma Nadia ovviamente capì subito cosa era accaduto. La festa si fece lo stesso, quella sera. Uscì fuori che quelli del furgone erano ottimi ballerini. Non vollero farsi pagare per il doppio trasloco a vuoto ma mangiarono un sacco di salsicce e bevvero pure sodo, sino a tardi. Rientrarono nel furgone brilli. L’unico un po’ triste era il ragazzo con  i dread, non aveva mai avuto il coraggio di chiedere a Nadia di vivere con lui, quella era stata l’occasione. La tristezza durò comunque poco perché un mese dopo già viveva da Nadia. Dopo undici mesi nacque Mario che sarebbe stato seguito da altre tre bimbe di cui indovinerete i nomi. Adesso c’erano di nuovi giochi e chiasso e una festa in cortile quasi ogni settimana. Non si lamentava più nessuno. Andava bene così. Andava bene a tutti. Era stata la primavera. Ancora la primavera.

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