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L’eretico | Andrea Napoli

Artefice,
in cui mi alzo dal rogo d’incurabile mentre
per nessuna rovina a cui il corpo permane,
in quel vasto pensiero ritrovai flabelli di piume.
Nell’abborracciata antiporta degli occhi
lungo semplici stelle che irradiano come ruscelli,
si addensano passi incantati in grembi di lune feconde.
Sanguinante e vergine come granonero
la spirale che la mia mano stese sul bianco agnello,
ammattonato centro.
Il cielo correva infinito, già nato di furor sfregiato,
poi che spiegando l’ali nel segno dell’intelletto
come un mago naturale accorpai l’astro al piccolo insetto,
il demone ai fermagli d’antimonio della sapienza.
La luce del sole non brilla per tutti in egual maniera.
Ora il mio sguardo arde sopra una donna dal seno rigonfio
che mi accoglie ostinato come i fiori di campo,
quando d’ombra svezzai il mondo col mio indice
terebrato.

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