Per essere un grande scrittore | Matteo Mazza

Per essere un grande scrittore | Matteo Mazza

Il molo (Cavallo bianco e molo) Mario Sironi 1921. Olio su tela

C’ero prima che il tutto avvenisse, il Big Bang e l’universo, prima degli asteroidi, prima che questo cielo partorisse pioggia simile alle mie parole. Sono più stronze, più sciolte, più vere, l’astronomia imperfetta, eterne in un’ora. Sbronzo ieri più dell’oggi, birra, birra, birra elevata a pensiero, buona come quella droga che non riproverai più per non diventarne schiavo. E tu, che lo sai che la schiavitù è solo un soggetto in un quadro libero; tu, che lo sai che la malattia vibra il corpo di ansia, sai che le mie parole sono poche per farti davvero bella come sei. Per essere un grande scrittore hai bisogno di abbaiare come un cane, ululando come un coyote nel deserto messicano, che si fa la vita quando la vivi troppo appieno e non sai che rubarla dalle tasche di chi ne ha di più. Ho visto tanti di quegli occhi che a provare a guardarli tutti son diventato cieco. Erano spine di rose tutti quegli occhi. Il petalo l’ho usato per scriverti e lo sapevo che dal suo profumo avrei preso il tuo odore. E cambiando le virgole al suono avrei omesso dalle parole la musica per lasciarti amare. Per essere un grande scrittore devi saper scrivere il mondo, anche se stai impazzendo nel buio della tua stanza, al secondo piano di un cielo che sembra un purgatorio: tante anime non le vedi nemmeno al cimitero! Devi saper speronare le stelle, nella tua corsa verso la luna, insegnare il vento. E allora il fiore si corica, quando la parola è quella giusta ed ha il peso di uno sciame di lucciole, che si specchiano nei ruscelli dell’anima fino a quando non dormi e il respiro si fa un blues davvero cazzuto. È colpa dei beat, forse dei sovietici, se sono un fottuto romantico! Camminavo pensando al mio bicchiere vuoto con dentro una rosa spezzata e non avevo né soldi, né amici ad offrirmi da bere. Non avevo nemmeno la rosa. Per essere un grande scrittore devi fotterti un gran numero di stelle, le donne poi chissà. Si sono presi tutto, l’inchiostro sta finendo, la penna non si ferma, si muove sulla pagina sbrinando il ghiaccio di un inverno qualunque. Resterò a maledirvi come un crisantemo fra le rose, troppo stupido per voi e troppo intelligente per le vostre cazzate! E quando avrò vomitato voi avrete invocato un gemito ed io vi avrò donato nuovi orgasmi, eterni in un’ora, portandovi nel mio pezzo brutto di anima dove il buio vince sempre. Ma ho nuove canzoni per i vostri cervelli e una stella sola per il vostro cuore, che come pugnale vi squarcerà il petto, forse l’addome e saprete da dove sanguino, da questa stanza a questo quaderno, del quale ho finito i fogli. Il mio ghigno è di folle e la mia follia l’arma preferita dei perdenti, eterni in un’ora. La psicologia, la psichedelia nel quadro astratto della città delle tre. I surrealisti a piangermi. Sono sveglio o sogno? Stanotte ho ucciso mio figlio, il me nello specchio, l’alieno che mi dettava le parole. La giostra è impazzita, i lanciatori di coltelli sbagliavano, l’equilibrista sbagliava, il trapezista cadeva, il clown piangeva ed io mi scioglievo nel suo trucco. In un grammo di hashish, in della birra polacca. Ed è così che ho perso la mia verginità di poeta, strappando il foglio sul quale avevo scritto la poesia del secolo ed ho riso mentre bruciava il Clitoride, sul quale avevo annotato ogni mia nuova sconfitta. Per essere un grande scrittore devi avere un circo con poche anime. Gli spettatori paganti non devono essere altro che falliti come te, solo più furbi.

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