Fiori di loto al levar del sole | Stefano Luchetta

Osservavo le articolazioni del mio braccio, il naturale intrecciarsi di muscoli e tendini che s’inerpicava dal gomito fino al polso per poi riscendere lungo il palmo, prima, e le falangi, poi, mentre una goccia accompagnava il mio sguardo correndo lungo la cavernosa forma della mia mano fino all’estrema punta dell’indice per, infine, staccarsi, cadere giù, in un interminabile vuoto temporale, e collidere con la superficie dell’acqua, oramai stagnante, della vasca da bagno e perdersi tra le onde perfettamente circolari, celebranti il requiem eterno di quelle molecole d’idrogeno e ossigeno.
A quel tempo facevo un largo uso di oppiacei che amplificavano a dismisura i miei sensi fino a trasportarmi in una dimensione onirica nella quale ogni movimento, ogni impercettibile mutamento nella materia circostante, sembrava rallentare al punto che potevo cogliere l’estemporaneo roteare di microscopiche particelle di polvere animate dal sottile spirare del vento passante nella fessura che separa il marmo dalla finestra. Continua a leggere