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Uno sguardo nelle tenebre dell’occidente, da Conrad a Coppola | Vincenzo Abate

Ci sono opere d’arte che, seppur realizzate in un momento storico abbastanza distante dal nostro presente, riescono a raccontare l’uomo con una forza tale da risultare moderne ancora oggi. È il caso per l’appunto di Cuore di tenebra, romanzo breve scritto da Joseph Conrad, e pubblicato nell’ormai lontano 1902.

Nonostante sia famoso soprattutto grazie al film Apocalypse Now di Francis Ford Coppola con protagonista il grandissimo Marlon Brando, il romanzo di Conrad merita di essere analizzato mettendo per un attimo da parte il capolavoro coppoliano che ne sposta ambientazione e momento storico (nel film i fatti si svolgono durante la guerra in Vietnam).

Il libro di Conrad, dicevamo, vive di luce propria e merita di essere posto insieme alle più grandi opere della letteratura mondiale, proprio per la sua capacità di penetrare nel profondo dell’animo umano fino ad arrivare a quelle tenebre che già dal titolo vengono richiamate alla nostra attenzione.

Uno stile impeccabile e un buon ritmo nella narrazione, il romanzo breve di Conrad vede la figura del marinaio Marlow (impegnato in Africa ai tempi del colonialismo) raccontare in prima persona la sua incredibile esperienza nel risalire un grande fiume insieme a un gruppo di personaggi tra i più disparati, un viaggio allucinato e pericolosissimo dove l’umano raziocinio rischia di disperdersi in una atmosfera surreale che richiama una naturalità primitiva bestiale e oscena. Una brutalità che anche noi, esseri raziocinanti e civilizzati, conserviamo nel nostro cuore, ed ecco che appare chiaro il concetto di tenebra utilizzato da Conrad.

Ma non solo questo, il romanzo è infatti pregno di una fortissima critica nei confronti di una società, quella britannica, che per la conquista di terre e di avorio non lesina su utilizzare violenza sugli indigeni e sulla pratica vergognosa dello sfruttamento degli schiavi. Esemplare e sublime, in tal senso, la parte in cui Marlow si trova a scoprire un luogo in mezzo alla sterpaglia che è stato trasformato in un luogo di dolore, con gli uomini di colore stremati per i massacranti lavori a cui i bianchi colonizzatori li condannano, quei bianchi civilizzati dal colletto bianco e immacolato che nascondono dentro di loro il buio del capitalismo e dell’inumanità.

Si potevano contar loro le costole, e le giunture delle membra parevano nodi su di una corda; ognuno aveva al collo un collare di ferro…

Il personaggio principale del romanzo, che incontriamo solo nel finale ma che è parte integrante dell’intera struttura narrativa è Kurtz, personaggio importante ed enigmatico che ha ripudiato quella che è la civiltà occidentale con i suoi valori per mettersi a capo di tribù di indigeni che lo venerano come un Dio. Splendidamente interpretato nel film di Coppola da un immenso Marlon Brando, Kurtz rappresenta in maniera esemplare la prova che un essere umano può perdere ogni concetto di moralità se disperso in un mondo surreale e così distante come può essere la giungla.
Riti arcani, folle venerazione, un orrore sanguinario che rappresenta la negazione stessa di una società e la consapevolezza che le tenebre dimorano nel cuore di ogni essere umano, un buio profondo che si manifesta anche all’interno della società contemporanea (e in quella descritta da Conrad) con le subdole maniere della disparità economica e del trattamento bestiale verso i diversi.

Un orrore che mai si placa e mai si conclude, dannazione eterna dell’essere umano che Kurtz, nei suoi ultimi attimi di vita, sussurra dinnanzi a Marlow “Che orrore! Che orrore!”

 

Allo stesso modo, anche il film di Coppola si issa in cima in un’ipotetica scala di valori per la storia di un determinato tipo di arte, in questo caso il cinema. Il grande merito del regista, oltre al saper mettere in scena in maniera clamorosa quelli che sono gli avvenimenti con una regia mai eccessiva eppure così ficcante, è stato quello di sapere effettuare questo passaggio storico senza far perdere nemmeno una briciola della potenza comunicativa e della critica mossa da Conrad nei confronti dell’occidente.

Non più l’impero britannico ma la potente America del secolo scorso, una società forte e alla continua ricerca di potere. L’impegno nella guerra del Vietnam è costata un gran numero di giovani militari deceduti, ma non è solo questo il punto su cui Coppola si muove. Gli Stati Uniti hanno perso, nei fitti boschi asiatici, la propria identità nazionale, dispersa in una cieca e silenziosa follia esplosa tra i soldati trovatisi così lontani da casa e alle prese con un mondo e una cultura che forse ancora oggi non abbiamo ben compreso.

Cos’è se non pazzia e un profondo distacco dalla realtà quella incarnata dal colonnello Kurtz, che da punta di diamante dell’esercito statunitense si è trasformato in una sorte di santone degli indigeni? Questo mondo così distante che mette in risalto ancora di più l’orrore e l’assoluto non-sense del conflitto, con le note di “The End” dei Doors che mettono ancora di più in risalto l’aspetto surreale dell’intera vicenda e della natura stessa dell’essere umano, soprattutto dell’individuo civilizzato. L’uomo occidentale che perde la propria identità se messo a confronto con un mondo fondato su una concezione dell’esistenza completamente diverso. Una chiave di lettura hobbesiana che accompagna sia il lavoro letterario di Conrad che la trasposizione cinematografica di Coppola.

Lo sguardo fisso di Kurtz era vasto abbastanza da abbracciare tutto l’universo, abbastanza acuto per penetrare in tutti i cuori che battono nella tenebra. Egli aveva tirato le somme – e aveva giudicato, “Quale orrore!”

 

 

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