Anne

Anne

Eccola. Sta entrando. Si voltano tutti. Uomini e donne.
La sua bellezza è potere. Ne è cosciente. Lo esercita. Lo adopera senza remore.
È come un’aquila. Un’aquila non si fa scrupolo di usare gli artigli per ghermire.
Camminata da pantera che fende la sala. Cala il silenzio.
Si siede davanti a me, mi saluta con la manina, sposta una ciocca di capelli.
Prende la lavagnetta.

-Ciao tesoro mio. Come va?-

Le rispondo che va bene. Che sono felice di vederla.
Arriva il cameriere e la fissa. Poi fissa me e guarda di nuovo lei.
Si, è una dea e non ti spieghi perché stia di fronte a me. Non me lo spiego nemmeno io, o forse non me lo voglio spiegare ma lo so benissimo.

Gli sottraggo il menù con uno strattone destandolo dal torpore beota in cui è piombato.
Lo porgo a lei che indica con un’unghia laccata due o tre cose. Il beota annota.

«Per me lo stesso». Dico io.

Il beota leva le tende.
Lei mi fa uno dei suoi sorrisi. Sono annichilito, mi si secca la gola. Prende la lavagnetta e scrive

-Sei bellissimo. Mi piaci un sacco-.

Ovviamente mi sta prendendo per i fondelli, fa parte della commedia.
Dico di lasciar perdere, so di non essere bello.
Lei cancella e riscrive alla velocità della luce. Parlare così è uno strazio, se questa storia continua dovrò imparare il linguaggio dei sordomuti. Per lei lo farei volentieri.
Mi porge la lavagnetta.

-Mi piaci tanto, giuro, non ti mentirei mai-.

Faccio cenno di lasciar perdere. Lei si guarda intorno e tutti quelli che la stanno sbirciando di nascosto abbassano gli occhi. Sette uomini, tre donne e due camerieri, se ho contato bene.

-Allora cosa dici tesoro mio? Mi puoi fare quel prestito? Lo so che non te la passi bene in questo momento ma mia madre sta malissimo.- Cancella e continua.
-Mi ha scritto ieri e devo raggiungerla.
Il biglietto d’aereo costa caro, posso contare solo su di te.-

Mi passano per la testa tante cose.
Gli alimenti da pagare per la mia ex che con l’aiuto degli avvocati mi ha convertito da uomo-della-vita in bancomat-pronto-all’uso. Un pugno di frequentazioni insulse e inconcludenti nel mezzo. Più di recente quella cretinetta della segretaria che propone di tradire suo marito perché la annoia. Lo stile di declinare garbatamente. Applauditemi. Fatelo ma solo perché è un cesso, altrimenti sarei caduto come una pera cotta. Ogni uomo onesto ha un prezzo per la sua disonestà, semplicemente l’offerta è troppo bassa. Poi arriva lei. Una che quando entra in chiesa viene duro pure al crocifisso.
Ascolta le mie chiacchiere da intellettuale. Finzioni dialettiche costruite in anni di vuote conversazioni. Pende dalle mie labbra. Le legge e mi sento ascoltato. Scruto nel pozzo della solitudine, vedo la mia immagine tremolante riflessa. Là dentro è meno scuro del solito. Dice che uomini come me ce ne sono uno su un milione. Che vuole perdersi fra le mie braccia. Adesso non è il momento di pensare a una relazione, ha tanti guai, ma vuole conoscermi meglio. Iniziamo a frequentarci. Non la porto a letto. Sono un signore, queste cose verranno dopo. Che coglione. Intanto lei si fa sempre più pressante. Arrivano le richieste. È come un serpente che ti strega con le sue scaglie luccicanti, i suoi movimenti sinuosi. Non puoi resistere. Rimani ipnotizzato. Alla fine ti avvelenerà ma è comunque una visione meravigliosa a cui non puoi sottrarti. Magari stai solo pagando per quel miraggio. Per l’ebbrezza di fingere con te stesso di poterle interessare. Puoi essere il più arguto fra gli uomini ma ciò che hai di turpe ti spingerà sempre a cercare l’oblio fra le gambe di una donna. A qualsiasi costo.
L’onanismo è l’unica anarchia che può combattere questa squallida dittatura lombare.
La più antica.

«Non ti preoccupare, adesso mangia, dopo ti faccio l’assegno».

Mi sfiora la mano con gratitudine. In fondo è la prima volta che mi tocca.
Sospetto che sia anche l’ultima. Voglio crogiolarmi nell’illusione che non sia così.
Mangiamo in silenzio, lei mi sorride, ogni tanto manda un bacio con la mano.
Quando arriva il dessert scrive sulla lavagnetta

-intestalo a Nunzio De Leo, è mio cugino, comprerà lui il biglietto per me, viene a prendermi fra poco così preparo le valigie-.

Eseguo senza fiatare. Le stacco quel piccolo biglietto che sancisce la mia cosciente stupidità.

Le peripatetiche sono le più oneste fra le donne. Offrono quello che vuoi acquistare e paghi solo quello che acquisti. Nessun imbroglio. Nessuna poesia? E allora?
Arriva un tizio vestito con le borchie sulla giacca. Cammina come un mandriano texano per tutto il locale battendo i tacchi dei suoi stivali da motociclista.

«Finalmente conosco il nuovo fidanzato di mia cugina, purtroppo dobbiamo andare subito e non posso fermarmi a parlare».

Fende l’aria con rapidi gesti che immagino siano parole, Anne lo guarda e ridacchia.
Anne si alza, sorride, viene a darmi un bacio sulla guancia.
Sulla lavagnetta scrive -Domani ti chiamo-.

L’ultima finzione, la più stupida. Non può mica chiamarmi.
Si avviano ed escono. L’equilibrio è ristabilito. Solo al tavolo.
Lei sale sulla moto dietro di lui. Il vetro a specchio, se sei all’esterno, ti fa cadere facilmente nell’errore. Puoi pensare che nessuno guardi.
Si baciano a lungo prima di partire.
Ho solo pagato per qualche giorno d’illusione. Non è stato un prezzo troppo alto.
Il pozzo è buio come al solito.
E in fondo il dessert non è male.

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