È stato bello stasera

È stato bello stasera

Invidio i buoi, perché ignorano la mannaia. Tu non capivi, non avevo bisogno di girarmi verso di te per riflettermi nelle tue pupille smarrite. Tra noi due, dove le avevi posate prima del mio arrivo, le carte su cui il tuo avvocato pretendeva ci fosse la firma di entrambi; con la coda dell’occhio scorsi che era rimasto dello spazio soltanto sotto il mio nome. Mi avevi lasciato persino la penna, affinché non perdessi troppo tempo a cercarne una per casa. Il legno e la mano sul tavolo della cucina, al servizio della signorile arte del fingersi già morti: anticipare il Tempo, batterlo dove lui pare invincibile. Il dovuto, l’inevitabile, le conseguenze pomeridiane di una tazza di caffè, dipingono, meglio di qualsiasi altra cosa, un suicidio che, di colpo, riporterebbe ogni cosa al proprio posto. Mia madre era una donna portentosa; una sagoma che si stagliava fra me e la mano di Bea, la figlia dei vicini. Bea: riccioli castani e macchie di pomodoro sul grembiule; la bimba non capiva, io la assaggiavo fra le cosce: sapeva ancora di piscio e tessuto, sul divano, nel salotto, nella casa in cui i miei primi cinque anni di vita divennero, col senno di poi, il ricordo più felice. E ora tu, qui, a cercare di immaginarti bovina con me a fianco, a dare un senso a quest’uguale che ha smarrito la sua equazione. Siamo ridicoli, io e te, divisi dal cesto che ci ha regalato tua sorella per lo scorso Natale. Rimango in silenzio a guardare le molliche dell’arredamento, i brandelli a rate che suonano la succosa melodia del metallo che tritura la santità. Non sono ormai che un uomo fatto e finito, che perdura in quei pochi silenzi che ha ancora la forza di riconoscere. Fosse perlomeno sopravvissuta la televisione! Il suo personale arbitrio, la strafottenza del catodico che impartisce, educa; ora tu Loredana, come milioni e milioni di tuoi simili, ti credi capace di discernere, di saper valutare, senza nemmeno sapere il nome del fiore che hai calpestato.

Tra i gerani e le stampe rinascimentali, in una sottile linea in cui il tramonto si spegne, scorgo ancora quel colore che sa di borghese benevolenza, di placida ospitale accettazione del dolore narrato, ma mai provato, ché qui, in questa famiglia buona, non v’è vera autentica rassegnazione: la forchetta che non tocca mai il pavimento, la sconfitta della polvere che perdura, invisibile, senza mai posarsi sulle cose. Blateri, sono vent’anni che blateri; la filiale verginità dei tuoi istinti, quand’eri ancora abbastanza giovane per riconoscere le tue stesse paure: ogni aspetto di te che credevo eloquente, la sinuosità delle tue mancate parole, mentre le ciglia trasmettevano quel desiderio tipico di chi non può bastarsi, giacciono, chissà, in quella valigia rossa che trascinavi a fatica, il giorno in cui partimmo per Dublino.

Cosa ci è successo, tu mi chiedi. Anni fa, alle prese con le tue lezioni di sax, ci sentivamo uniti da innumerevoli difficoltà; Antonio non era ancora nato, d’accordo, ma eravamo saldi, tanto vicini che non vi era luce capace di separarci. Tu suonavi fino a tardi, nell’appartamento al terzo di piano in via Gioacchino da Fiore. Te la ricordi la faccia che faceva quel cretino del tuo professore, ogni volta che partivi con i tuoi assoli? Io trattenevo a stento le risate, poggiato in un angolo della stanza, in una porzione di appartamento in cui il disordine del Brunetti sembrava divorare l’aria, proprio accanto a quella locandina dell’ultimo concerto di Duke Ellington che gli invidiavamo tanto, e che quel borioso aveva avuto in regalo, chissà come, da un suo parente di Bologna. La lezione non finiva mai prima di mezzanotte e tu dentro il tuo cappotto chiaro, con il volto rintanato nel bavero fino al naso, ché gli inverni ti sono sempre stati un po’ antipatici, e il Selmer da cinquecentomila lire dentro la valigetta. Non smetterò mai di suonare, dicevi mentre mi stringevi il polso; le mani me le lasciavi sempre libere nella speranza che le mie dita, in una maniera o nell’altra, ti scoprissero la pelle con una nuova carezza. Poi l’estate della vita, a differenza di quella del tempo, che tardi o presto ritorna, ci abbandonò. Sentimmo il desiderio di metterci in regola, di inquadrarci in un lotto specifico d’una città che non era la nostra, e tu rimanesti incinta. Credo che Antonio non ti abbia mai sentito suonare.

Avverto un tic sul lato sinistro delle labbra. Non è ozio, nessuna passività, Loredana. Fai finta di avermi dimenticato, mi sputi sul collo questa tua meraviglia, aspra, condita con una punta di rassegnazione domenicale. Tutto è così lento ormai, vorrei risponderti; ma non parlo, ancora. Mi conto le dita in tasca, e desisto dal raggiungere qualsivoglia riconciliazione. Vorrei schiaffeggiarti; il tuo viso, così, si abbinerebbe maggiormente alla moquette. Strisciante sul pavimento, implorandomi di fermarmi, torneresti a sentirmi davvero, forse. Io intanto muoio, e decido di star zitto. Tu ti alzi soltanto quando smetti di sperare ancora un altro po’. Ho letto che vi sono crepe anche sul fondo del mare; ricordo di aver pensato che allora l’acqua servisse a nasconderle: mi vergognai di aver ragionato in maniera così infantile. Invece poi tutto mi fu chiaro, una sera, anzi, quella sera. Eri andata da Antonella: una birra fra amiche e qualche disco e del ghiaccio intinto nel whisky. Rincasasti poco dopo mezzanotte. Io ero già a letto, sebbene non riuscissi ad addormentarmi. Mi lanciasti addosso le calze, facevi baccano, canticchiasti persino qualcosa in bagno, un motivetto in maggiore con una voce che non ti riconobbi. È stato bello stasera, quattro parole, e poi spegnesti la luce. Le coperte, come le onde del mare d’Irlanda, si richiusero sulle nostre crepe. Capisci, Loredana? È questa casa, il nome sul citofono, l’indifferenziata dei venerdì: camuffiamo gli squarci, noi spostiamo la vita. Cerco la tua mano, rinsavito: ora posso sfamare cento, mille interrogativi; ma tu, in perfetta armonia col mondo intero, hai scelto te, come unico argomento, e sei andata in salotto. E io spero almeno che la penna non scriva, mentre sulla parete, un ridicolo pulcino bordeaux, spunta da un orologio a forma di uovo.

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