L’azzurro di un cielo limpido come la guerra

L’azzurro di un cielo limpido come la guerra

SOTTOTITOLO: pensieri sparsi sulla rilettura de L’azzurro del cielo di Georges Bataille, un romanzo di segni premonitori su di una guerra che, ancora oggi, vuole liberare la sua energia distruttrice. 

di Giovanni Canadè

Un romanzo di “mostruose anomalie”, scrive Georges Bataille di questo libro sconveniente, “scandaloso”. Un romanzo che emana “un tanfo di morte”.
Le blu du ciel.
Una storia di “segni premonitori”, ambientata alla viglia della Guerra Civile Spagnola, che poi sarebbe stata l’ouverture della Seconda Guerra Mondiale. Dunque, un romanzo di morte, necrofilo, abitato dalla passione per i defunti: Troppman (così si chiama il protagonista di questa non-vicenda tipica della narrativa batailliana), un necrofilo abbattuto dalla colpa d’essere quello che è, ma allo stesso tempo ebbro della follia umana.

Troppmann divide il dispendio del suo eros funebre con Dirty, l’inglesina ubriaca che si piscia addosso e lancia volgarità contro i due ingenui camerieri di un albergo di lusso, mentre esclude dalla sua vita la moglie, con persistente cattiveria.

Troppmann, che è ossessionato da Lazare, “uccello del malaugurio”, la cui bruttezza fisica il narratore non può fare a meno di sottolineare. Lazare, costruita sulla figura di Simone Weil (qui trovate una attenta analisi del rapporto tra Bataille e Simone Weil: https://rebstein.wordpress.com/2019/09/03/bataille-e-simone-weil/)

Vita e morte, nel mondo filosofico/narrativo (al di là delle etichette, della forma, viaggiamo sempre nell’abiezione di un pensiero “mistico” e vo(l)tato al Male) di Bataille. 

Ma perché ho riletto Bataille? Perché L’azzurro del cielo?

Perché spesso mi ritrovo, io, a identificarmi nello scrittore francese, nei narratori dei suoi romanzi, perché sono fatto della sua vischiosa solitudine, oscenità, follia.
“Io non sono un filosofo, ma un santo, forse un pazzo”.

Gli (spesso) incomprensibili saggi di Bataille, pregni di umana oscurità, in cui il Francese ci fa immergere nella vischiosità (ancora questa parola), nel putridume di pece della specie umana, di noi Homo Sapiens, una Specie capace di inusitate follie e misera compassione; Umani che ipostatizzano la propria debole ignoranza in un Dio abulico e frammentario, cannibale e osceno.

Oscenità.
Se rifletto sull’oscenità non posso che non pensare a Georges Bataille, non posso non pensare alla prostituta che piscia davanti agli astanti nella bettola parigina (le bettole e le Chiese nella narrativa di Bataille: i luoghi dell’infamia) e che afferma di essere Dio in Madame Edwarda. Non posso non pensare al buco del culo di Simone che risucchia l’uovo dal piattino per terra in Storia dell’occhio.

Se penso a Bataille, non posso quindi che riandare ai suoi romanzi, – che poi romanzi “veri e propri” non sono, ma squarci nella carne dello spirito.

Violenza inaudita, il tanfo di morte che ci portiamo come una scia odorosa, le Chiese che sono luoghi di morte e sesso, e il sesso stesso: sporco, disperato, bagnato di vino e lacrime.

Mistico e filosofo, pazzo ed esaltato, disperato e irrimediabilmente solo, perso nella Galassia del Sole Nero. 

Questa è l’idea che mi sono fatto di Georges Bataille leggendo e rileggendo i suoi scritti, specialmente i suoi incredibili romanzi. Che poi romanzi veri e propri non sono.

O forse sono io a rispecchiarmi nel dolore di chi vive sotto un Sole Nero, in una Terra che mi cannibalizza, deiezione della società umana, ultimo anello sciolto da una catena di dolore e disperazione. Lacrime e feci, sudore e putridume.

Questo corpo osceno come il mio animo.

*

Di seguito, due belle recensioni a L’azzurro del cielo a cui sono capitato per caso e che vorrei farvi leggere:

 

 

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