Stiamo veramente scegliendo?

Stiamo veramente scegliendo?

Missiva di Francesco Principe indirizzata a Pietro Paolo Morrone

 

Carissimo,

ieri ho conversato con una cara amica che, come me, conosce tanti personaggi dotati di robuste velleità letterarie. Sono sprofondato nel bel mezzo di una paludosa diatriba. Il punto centrale della nostra discussione, lungamente rimpallato senza esaurirlo, anzi, vivaddio, neanche superficialmente intaccarlo, è questo: “scrittori lo si diventa per scelta o per congenita propensione?” Nel suo dibattere era presente una croccante critica alla figura dello scrittore maledetto che, solo per il momento, tralasceremo concentrandoci su aspetti di sapidità più mondana. Dobbiamo dunque accettare che chiunque possa definirsi scrittore? I più comuni dizionari elencano per la parola due distinte definizioni: chiunque scriva qualsiasi cosa come pure chi scrive con intenti artistici. Se questo chiunque si sentisse quindi autorizzato a pensare che l’arte sia qualsiasi cosa, potremmo noi, allora, dargli torto? Come sai, per quanto mi riguarda, preferisco utilizzare al posto dell’abusato sostantivo onnicomprensivo scrittore il participio presente scrivente o ancora meglio il termine generico narratore riservando, invece, l’altisonante titolo a chi è universalmente riconosciuto come un illustre cittadino avente fissa dimora nella repubblica delle lettere. Ma questo, alla fin fine, è solo un vezzo snob, magari solo parzialmente mitigato, nel suo altrimenti intollerabile classismo, dal fatto che comunque definisco me stesso, per l’appunto, narratore e nulla più. Perdona la divagazione. Torniamo alla questione principale. Prima di affrontarla vorrei, però, delineare ciò che vive ad essa intorno. Pontiggia, quando incontrò Vittorini, ricevette da questi un forte incoraggiamento come severi ammonimenti volti a evitare le recensioni dei sentimenti di cui i suoi scritti giovanili evidentemente non erano affatto parchi. In pratica Vittorini intravide qualcosa di acerbo. Qualcosa che, almeno in parte, non incontrava il suo gusto ma in cui riconobbe del potenziale. Credo che tutta la questione possa essere così sintetizzata: per essere uno scrittore occorre una particolare sensibilità, sostanzialmente innata, ma anche un certo bagaglio tecnico, di cui non si può fare a meno. E questo mi suggerisce che in fondo scrittori lo si diventa attraverso lo studio, la lettura, l’esercizio e l’affinamento, ma, in una qualche misura, lo si nasce. È indole e sensibilità, tuttavia solo attraverso la fatica, la competenza, ciò che già è in noi può realmente venire a galla. Possiamo quindi scegliere come diventare scrittori? Non mi pare. In questo balletto non scorgo nessuna scelta, nessuna discrezionalità. Tutto è già deciso. Potremo almeno decidere quale materia renda scrittori? È La fervida fantasia? Qualcosa di particolare da comunicare? E se non possiedi né l’una né l’altra come te la cavi? Ti fai avventuriero per avere una storia da raccontare? Uno dei romanzieri più prolifici della nostra generazione, Stephen King, asserisce che non esista un Deposito delle Idee, che tutto viene dal nulla. Pare, infatti, che il suo primo racconto professionale nacque osservando la madre che accumulava bollini per una raccolta punti. Insomma da un’esperienza che chiunque avrebbe potuto sperimentare. Lui semplicemente immaginò che per un numero di punti vertiginosamente alto si potesse chiedere in premio qualsiasi cosa e che, magari, questi bollini si potevano pure falsificare. Quindi la sua penna prese l’avvio dalla realtà lasciandosi però condurre lontano da un’idea, tra l’altro, abbastanza banale. Nell’ambiente circola l’adagio “Kafka sarebbe stato in grado di trarre un buon racconto anche da un uomo che raccoglie una pietra”. Insomma se hai sensibilità e tecnica, l’una e l’altra, non ti serve altro. Non occorre nessun trascorso particolare come non occorre inseguire qualcosa al di fuori della scrittura in se stessa. Quindi niente da scegliere. Nessuna libertà e nessuna luce a indicare la via. Scrittore lo sei o non lo sei. Siamo ancora a mani vuote e, comunque, non abbiamo affrontato il problema dei problemi. Non tergiversiamo oltre, perché si diventa scrittori? La mia interlocutrice sostiene che molti inseguano una vita infelice pur di poterne scrivere. Potrebbe anche essere vero, comunque non credo che nessuno, almeno nessuno in cui alberghi un seppur minimo buon senso, baratterebbe una vita piena e felice con la scrittura. Per come la vedo io non c’è alcuna connessione fra felicità e scrittura. Io scrivo per affrontare ciò che chiamo il vuoto. Per colmarlo, per darmi la transitoria sensazione di riempirlo, questo vuoto, quando lo sento troppo forte, troppo freddo, troppo crudo e troppo incombente per essere, altrimenti, sopportato. E quando invece il vuoto non c’è, o non è così soffocante, vivo, e allora, in pratica, non scrivo. Comunque rigiro la questione mi pare di capire che fra la parola scritta e chi pratica la scrittura non sia sicuramente il secondo a dettare le regole del gioco.

 

Con autentico affetto,
Francesco Principe

Questa lettera ha una risposta che puoi leggere qui.

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