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Ph. Raffaella Arena
Traduzioni NKK
Pagine di sopravvivenza
A Gaza l’amore per lo studio scorre profondo, intrecciato al
ritmo stesso della vita.
È una città piccola, eppure ha uno dei tassi di
istruzione più alti della regione.
Un tempo, le sue mattine risuonavano delle risate degli
scolari e dei rintocchi delle campanelle; le strade
si animavano di uniformi e zaini, sogni ripiegati nei
quaderni.
Anche nei momenti più duri, le nostre madri e zie attraversavano
il confine con l’Egitto solo per sostenere i loro esami universitari
perché la conoscenza non è mai stata un lusso, ma un diritto da
inseguire.
Ma ora, nel silenzio dell’inverno e della guerra, i libri non sono
più letti, ma bruciati.
Non per ribellione, né per rifiuto, ma per riscaldarci.
Le stesse pagine che un tempo portavano speranza, teorie, poesia
e resistenza ora alimentano i fuochi per impedire alle nostre famiglie di
congelare.
C’è una crudele poesia nel guardare l’istruzione farsi cenere,
nello strappare le pagine non per studiare, ma per sopravvivere.
E ancora, mentre l’inchiostro svanisce in fumo, lo spirito di quelle
parole permane.
Si levano dalle fiamme, sussurrando: non siamo state
distrutte, siamo state sacrificate alla vita.
Un albero sulla strada
Un tempo, Gaza era un giardino che si distendeva fino all’orizzonte.
Cantava la lingua dei frutti… fragole come rubini,
pomodori arrossati sotto il sole, e rose che un tempo
ornavano i mercati da qui fino all’Europa.
Non eravamo solo superstiti.
Eravamo coltivatori.
Eravamo colore.
Ma ora, due terzi della nostra terra agricola giacciono sepolti
sotto macerie o inghiottiti dalla polvere, avvelenati dal fuoco e
dal peso di una guerra infinita.
Eppure, in qualche modo, la terra non dimentica come donare.
Nei vicoli, tra le rovine, in vasi rotti su tetti
crepati, piantiamo.
Piantiamo perché ricordiamo.
Piantiamo perché dobbiamo.
Ora sono uno di loro, quelli che seminano speranza dove il suolo
resta.
C’è un albero che ho piantato sul ciglio della strada, le sue radici
si aggrappano alla vita con lo stesso sprezzo calmo che vedevo
nelle mani di mio padre.
Ho scelto quel punto cosicché i passanti possano raggiungere e coglierne
il frutto senza chiedere.
È la mia preghiera all’aria aperta.
Una piccola grazia in un luogo che ne ha disperatamente bisogno.
Mio padre faceva lo stesso.
Credeva nel tipo di carità che cresce dalla
terra e incontra il palmo senza orgoglio.
Porto quella lezione come un seme nel mio petto.
E quando i limoni fioriscono. Ah, l’odore, non è solo
profumo, è memoria. Acuta, dolce e infestante.
È il respiro della Palestina stessa, sussurrato attraverso
fiori bianchi che si stringono come stelle a rami contorti
dal tempo.
E le olive.
Parliamo dell’olivo non solo come cibo, ma come testimone.
Gli alberi qui vivono più a lungo degli uomini.
Hanno visto i nostri matrimoni e i nostri funerali.
Hanno abbracciato il nostro silenzio e i nostri canti.
Non si muovono, ma perdurano.
E anche quella, pure, è una forma di resistenza.
Così coltiviamo ciò che possiamo, dove possiamo.
In lattine, nello scheletro rotto di una scala bombardata,
in qualunque lembo di terra che i carri armati non hanno reclamato.
Perché siamo ancora contadini, persino in guerra.
Perché piantare è come ricordare chi siamo.
Perché il frutto è ancora una forma di protesta.
E a volte, la cosa più radicale che puoi fare è crescere
qualcosa che il mondo diceva non sarebbe mai vissuto.
Il cimitero degli inizi
Uno dei principi in cui credevo era che le “prime volte”
fossero sempre le più belle…
il primo giorno che incontri qualcuno,
il primo passo in una città mai vista prima
il primo sguardo a un posto che sembrava aspettare proprio te.
Ma a Gaza, è il contrario.
Non ci sono bellissimi inizi qui.
Invece, c’è la prima visita alla tomba di un amato,
la prima scheggia di esplosivo che ti squarcia la pelle,
il primo missile che si schianta nel tuo quartiere,
la prima volta che torni in un posto una volta amato,
solo per trovarlo sventrato dalle bombe
come il porto di Gaza — un tempo il cuore pulsante delle nostre
serate.
E se chiedi a qualsiasi Gazawi il posto più bello
di Gaza
ti dirà che adesso è solo ombra.
Senza vita. Silenziosa.
Così come le persone che qui pur respirando ancora trascinano
il peso di ciò che è morto.
Dalla voce dell’autrice
Sono Heba Ali Elnaami, laureata alla Facoltà di Arte (Faculty of Arts), dipartimento di letteratura inglese, alla Al-Azhar University in Gaza. In un mondo in cui ogni respiro porta con sé il peso della nostalgia e della perdita, ho trovato rifugio nelle lettere e patria nelle parole. L’esperienza ha scolpito la mia voce, insegnandomi che il dolore, quando tessuto dalle parole, diventa un ponte per arrivare ai cuori umani. Qui, dove l’aria è pregna sia di tradimento che speranza, io scrivo per trasportare la sofferenza della mia gente con le ali della cruda verità, urgente, e senza paura. Attraverso le parole, cerco di raggiungere tutte le anime estranee all’indifferenza, offrendo la nostra storia come energia vitale che rifiuta di perire.